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Quando il Ping Pong è più bello del calcio

Foto tratta dal web

Se prima che vedessi l’opera della quale vi sto per parlare mi avessero chiesto quali sono gli sport che meno mi interessano al mondo, il Ping Pong sarebbe sicuramente stato uno dei primi a balenarmi in mente.
Eppure da qualche settimana mi ritrovo, nei momenti di noia, a visionare clip stile “Top 10 Craziest Table Tennis Shots” su YouTube, e tutto per colpa di un anime: “Ping Pong The Animation”.

L’anime diretto da Masaaki Yuasa (famoso per aver diretto il “Devilman Crybaby” distribuito da Netflix) è tratto dall’omonimo manga realizzato negli anni ’90 da Taiyō Matsumoto.
La narrazione ruota intorno alla passione per il tennis da tavolo che accomuna un gruppo di giovani liceali legati da amicizia e rivalità.

In questo articolo voglio parlare il meno possibile dei dettagli della trama in modo da non rovinare l’esperienza della prima visione a nessuno, perciò tenterò di spiegarvi perché dovete assolutamente guardare questa serie confrontandola con un altro anime sportivo, quello che ha segnato l’infanzia di tutti noi: “Holly e Benji”.
Sia chiaro che seppur il confronto sarà mirato ad esaltare gli aspetti che più mi hanno colpito del lavoro nato dalla penna di Matsumoto, il mio obiettivo non è assolutamente quello di sminuire “Holly e Benji”, a cui sono profondamente affezionato.

I punti sui quali voglio confrontare i due lavori sono: realizzazione tecnica, realisticità, velocità, psicologia dei personaggi.

Realizzazione tecnica:
Diciamocelo francamente, tra i mille motivi per cui abbiamo amato “Holly e Benji” non c’è la cura messa nella sua realizzazione. Lo stile di disegno è quello un po’ grottesco tipico degli anni ’80 (occhi enormi e tratti tondeggianti) e le animazioni erano minimali già per l’epoca.
La prima cosa che vi colpirà di “Ping Pong” sono invece proprio il tratto di disegno e le animazioni. I disegni sono volutamente essenziali, il tratto fintamente incerto a ricalcare quello del manga. I colori poco saturi e brillanti donano un aspetto immediatamente riconoscibile all’opera. La fisionomia dei personaggi rispecchia la loro provenienza geografica, cosa poco comune nelle opere d’animazione giapponesi. La colonna sonora segue lo stile dei disegni, non potrete fare a meno di riascoltarla in loop o di canticchiarla, come fa più volte lo stesso protagonista.

Realisticità:
Se vi avventurerete nella visione di “Ping Pong”, fatelo sapendo che non troverete tecniche fantasiose come il celebre “tiro della tigre” di Mark Lenders, tantomeno palline che diventano ovali e luminose se colpite con forza. Quasi tutto in “Ping Pong” è plasmato con cura maniacale per aderire alla realtà. Se come me vi ritaglierete un po’ di tempo per guardare su internet le succitate clip, ritroverete molti dei tiri che durante la visione dell’anime vi sembreranno impossibili.

La realisticità non è presente solo nella rappresentazione dei match in sé, ma anche di ciò che gira loro intorno. I protagonisti non si allenano tirando pallonate al mare in tempesta o usando attrezzatura appesantita per sviluppare i muscoli (vero Coach Kira?), ma passando le giornate ad allenarsi in palestra o facendo pratica con gli istruttori.
A staccarsi dal contesto realistico sono invece le animazioni dei corpi, che spesso mirano a esteriorizzare lo stato emotivo dei personaggi. Gli arti dei giocatori in certi momenti sembreranno allungarsi e contorcersi nello sforzo di raggiungere quella pallina impossibile da intercettare, un po’ come il braccio di Michael Jordan nel finale di “Space Jam”, ma senza mai mettere alla prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore.

Velocità:
Vedere “Ping Pong The Animation” non richiede un grande investimento di tempo. L’intera serie è composta da 11 episodi della durata complessiva di circa 4 ore, contro i 128 episodi di “Holly e Benji”. Ma quando parlo di velocità non mi riferisco solamente a quella di visione, ma soprattutto a quella di svolgimento della storia. Ricordate i campi chilometrici di “Holly e Benji”? Non ricordo se servivano più episodi a Holly per percorrere da porta a porta il campo di gioco o a Goku per lanciare un’onda energetica. Al contrario, l’anime di Yuasa è rapidissimo, gli scontri si svolgono nel giro di pochi minuti e ci vengono presentati nei loro momenti salienti. Lo stesso vale per le vite dei protagonisti, delle quali ci vengono mostrati solo i momenti imprescindibili che intervallano i vari eventi sportivi.

Psicologia:
Prima di parlare della psicologia dei personaggi è bene evidenziare una differenza sostanziale nei target a cui mirano le due opere. “Holly e Benji” è indirizzato a un pubblico di giovani ragazzi (shōnen), mentre “Ping Pong” è rivolto a un pubblico più adulto (seinen). È dunque totalmente corretto che nell’anime calcistico l’obiettivo sia quello di ispirare gli spettatori a seguire i propri sogni mostrando come il duro allenamento paghi, anche a costo di appiattire la psicologia dei personaggi e semplificare la realtà. L’obiettivo che sembra essersi posto Matsumoto è invece quello di offrire una visione completa di come si può vivere lo sport, a prescindere da quale esso sia.
C’è chi lo vive come un’occasione di riscatto sociale, chi come puro svago, chi come valvola di sfogo. C’è chi mira a diventare un professionista e chi vuole solo divertirsi con gli amici. Chi si impone per doti innate, chi grazie al duro allenamento, e chi ancora non riesce a ottenere risultati nemmeno sacrificando tutto. Insomma state pur certi che guardando quest’opera vi rivedrete in uno o più personaggi.

Spero che queste poche righe possano spingervi a guardare quest’opera meravigliosa. Ora non mi resta che augurarvi buona visione e invitarvi a lasciarci la vostra opinione in merito nella sezione riservata ai commenti!

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