Skip to content →

La prestazione da portiere di Sylvester Stallone in “Fuga per la vittoria”

Foto: Paramount Pictures

Quando pensiamo a Sylvester Stallone ce lo immaginiamo come un pugile in Rocky o come un reduce di guerra in Rambo, non come un portiere di calcio. Eppure, in Fuga per la vittoria, fu proprio quello il suo ruolo. Suona molto strano ma è così.

È il 1942. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale. Il maggiore nazista Von Steiner riconosce un suo ex collega, il capitano Colby. Come lui è un ex calciatore e si sono incontrati svariate volte durante le sfide con le proprie nazionali. Ma l’incontro tra i due non avviene più su un campo di calcio. Colby è un prigioniero e si trova all’interno di un campo di concentramento per i prigionieri Alleati. Von Steiner approfitta della visita per proporgli un’idea: un incontro di calcio tra una selezione di calciatori Alleati e una di calciatori tedeschi provenienti dalla base della zona.

I compagni di prigionia di Colby non sono così attratti dall’idea di una partita contro i tedeschi. Il calcio è un veicolo di propaganda nazista in quel periodo, una sfida sportiva potrebbe assumere ulteriori significati che vanno oltre lo sport. Ma Colby vuole questa sfida e si mette alla ricerca di giocatori per formare una squadra, tanto tra i suoi compagni di prigionia ci sono svariati calciatori di livello internazionale.

Però i tedeschi vogliono veramente sfruttare la partita per scopi propagandistici. Von Steiner viene essenzialmente esautorato dal comando tedesco per quanto riguarda l’organizzazione della partita. La formazione tedesca sarà composta da giocatori della Nazionale, non più da militari e la partita verrà giocata a Parigi. A questo punto, Von Steiner asseconda le richieste di Colby. Gli Alleati ricevono l’attrezzatura sportiva, delle condizioni di vita meno stringenti e più adatte alla preparazione della sfida e, soprattutto, una serie di giocatori di spessore. Dai diversi campi di prigionia arrivano altri giocatori europei e persino calciatori dall’est Europa, che arrivano però in condizioni fisiche pietose. Tutto il necessario per mettere in piedi una squadra di livello per giocarsela contro i tedeschi.

La sfida contenuta all’interno di Fuga per la vittoria prende spunto dalla cosiddetta “Partita della morte”, giocata nel 1942 tra una selezione di ufficiali tedeschi e prigionieri ucraini ex giocatori di Lokomotiv e Dinamo Kiev. Questa sfida è stata raccontata in forma ridotta da Federico Buffa all’interno di Characters.

“Noi non giochiamo il football americano”
Il buon Sylvester Stallone è il Capitano Hatch. Il suo piano originale di fuga è andato in fumo e, trovandosi in mezzo al campo durante le partitelle che coinvolgono anche il Capitano Colby, si propone come membro della squadra. Colby però l’ha visto “giocare”. Hatch ha dei tombini al posto dei piedi e gestisce il pallone come se avesse un cobra nelle vicinanze delle sue gambe. Non può avere un posto in squadra come giocatore. Non riesce nemmeno ad essere il giocatore difensivo che ringhia su tutti. Lui non entra in scivolata per rubare il pallone o si mette in posizione per intercettarlo, lui placca letteralmente gli avversari. Ma questo non è football americano da yankee (anche se Hatch è un prigioniero canadese), questo è football, è calcio. Si gioca con i piedi e Hatch ne sembra sprovvisto.

Allora Hatch si reinventa preparatore atletico per trovare un posto in squadra. Colby è inizialmente perplesso ma si convince rapidamente. Se la Wehrmacht vuole sfruttare la partita per scopi propagandistici, gli Alleati vogliono sfruttare la sfida per organizzare una fuga per i prigionieri impegnati sul campo. C’è solo un uomo adatto a prendersi il rischio nell’organizzazione del piano: il Capitano Hatch. Il personaggio interpretato da Sylvester Stallone scappa dal campo per raggiungere clandestinamente Parigi, luogo in cui si mette in contatto con alcuni membri della Resistenza francese. Deve però comunicare le informazioni acquisite al resto dei compagni di fuga. Decide quindi di farsi catturare dagli ufficiali tedeschi nei pressi del campo di prigionia con la certezza di essere rimandato nel solito posto. Ma non succede. I tedeschi puniscono la fuga e lo imprigionano in una cella. Colby non riceve nessuna informazione utile e, di conseguenza, nemmeno gli altri prigionieri.

Dopotutto, Hatch è un semplice preparatore atletico, non è un vero membro della squadra che sfiderà la formazione tedesca a Parigi. Però Colby si ricorda di averlo visto bloccare alcuni tiri durante dei vecchi allenamenti pre-fuga verso Parigi. Hatch, inconsapevolmente, trova un posto in squadra come portiere. Avendo giocato a football americano sa come catturare un pallone, deve giusto migliorare la tecnica e sapere come posizionarsi nelle varie fasi di gioco. Non sarà bello da vedere ma sembra efficace e poi è l’unica persona abile a poter mettere in piedi il piano per fuggire dal campo di prigionia. Colby chiede a Von Steiner l’ammissione in squadra di Hatch come portiere al posto dell’estremo difensore titolare. Per giustificarla è costretto a fratturare volontariamente il braccio di Tony Lewis (il titolare in porta), il quale viene poi visitato dai medici tedeschi per confermare l’autenticità del problema fisico.

Sylvester Stallone in azione
La partita finirà con uno spettacolare 4-4, che ha visto la rimonta degli Alleati dal 4-0, nonostante un arbitraggio imbarazzante e una sequenza di infortuni che ha decimato la squadra guidata dal Capitano Colby. La giocata della partita è l’iconico gol in rovesciata di Pelé… ehm… Luis Fernandez.

Ma come si è comportato Sylvester Stallone nei panni del portiere improvvisato? Scopriamolo subito partendo da qualche statistica sulla sua prestazione durante la partita.
Reti subite: 4
Passaggi completati: 0
Parate: 7
Rigori parati: 1/2
Tackle: 2
Millilitri di sangue perso: circa 100

La prestazione di Hatch denota i classici pregi e difetti di un giocatore al debutto in un ruolo nuovo e in uno sport non suo. Un portiere dovrebbe dare sicurezza al reparto ma, in questo caso, nessuno dei suoi compagni poteva aspettarsi questa qualità. L’efficacia delle sue uscite (alte e basse) è stata altalenante. Ciò è accaduto nonostante Colby avesse catechizzato il portiere a rimanere ancorato alla linea di porta.

Però il ruolo del portiere richiede non solo una tenuta mentale che cancella immediatamente gli errori ma è anche un ruolo che richiede un pizzico di follia. Sylvester Stallone è tecnicamente il peggior portiere mai visto su un campo di calcio ma, trattandosi di un film, riesce a ribaltare l’iniziale situazione problematica. Gli errori vengono sostituiti da interventi stilisticamente orrendi ma efficaci, tackle in scivolata all’interno dell’area di rigore totalmente fuori da ogni logica (incredibilmente puliti sul pallone) e scene di resistenza al dolore. Come quando, dopo un’uscita alta molto rassicurante, subisce un calcio in faccia da un giocatore tedesco. Pallone recuperato: 1; gol evitato: 1; millilitri di sangue perso dal naso: 100 ml circa.

La sua scelta di rinunciare alla fuga durante l’intervallo – per privilegiare la decisione dei compagni di squadra di terminare e giocarsi la partita – ha innescato un cambio di atteggiamento. Nel secondo tempo, la sua prestazione viene ribaltata rispetto alla prima frazione. Hatch butta il cuore oltre l’ostacolo e migliora esponenzialmente il suo apporto alla partita. Agli interventi precedenti, aggiunge una serie di parate efficaci ma non esattamente da scuola calcio e si concede il lusso di parare il rigore decisivo allo scadere della partita. Dopo una cosa del genere, gli puoi anche concedere l’esultanza esagerata per il miracolo sportivo che ha costretto la Wehrmacht alla brutta figura.

Sì, ok. Alla fine gli Alleati riescono a fuggire, sfruttando l’invasione di campo ad opera degli spettatori presenti allo Stade de Colombes ma non è il punto focale di questo pezzo. Sylvester Stallone o, per meglio dire, Hatch ha dimostrato di essere un portiere scarso ma adatto agli standard dell’epoca. Lasciamo perdere la sua incapacità tecnica dovuta all’inesperienza in quel ruolo. Ha dimostrato di essere un portiere essenziale. Con uno stile orrendo ma efficace e guidato da quella miscela di istinto e follia che, nell’arco dei 90 minuti di partita, gli permette di sbagliare e correggersi, risultando decisivo per la sua squadra.

Sylvester Stallone in Fuga per la vittoria è essenzialmente un giocatore di football americano che diventa un portiere per necessità, perchè crede che sia la strada giusta per riuscire a sopravivvere. Per farlo, cambia totalmente atteggiamento e personalità nel corso del film. Dal rifiuto per il calcio all’esultanza euforica per il rigore parato. Un po’ Dottor Jekyll e un po’ Mister Hyde ma con ancora meno capacità di calciare un pallone.

Published in Calcio