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Ode alla Dakar in solitaria

Foto: Lyndon Poskitt Racing

La Dakar nacque nel dicembre 1978 da un’idea di Thierry Sabine. Sabine si perse nel deserto libico nel 1977 durante il rally Abidjan – Nizza e rimase colpito da quell’esperienza. Decise quindi di creare una competizione aperta a tutti i veicoli da percorrere quasi interamente nel deserto africano, da Parigi a Dakar. Nelle 42 edizioni attualmente disputate la corsa ha cambiato denominazione, si è disputata in tre continenti diversi ma la sua identità è rimasta immutata. Una corsa avventurosa che si trasforma progressivamente in una lotta tra uomo, mezzo e natura. La Dakar è la corsa più estenuante sulla faccia della Terra sia per i piloti ufficiali che per quelli privati. Ma c’è chi ha portato quest’avventura all’estremo. Sono i motociclisti che la affrontano in solitaria senza assistenza. Un pilota, una moto, una cassetta degli attrezzi e migliaia di chilometri in sella alla propria moto.

La categoria in cui corrono questi pazzi è la Original by Motul, conosciuta anche come Malle Moto. Cambia il nome ma la descrizione rimane la stessa. “Questa categoria si riferisce ai piloti di moto e quad che gareggiano senza alcun tipo di assistenza. Un pilota accompagnato da qualcuno in gara o come assistenza non potrà essere idoneo a partecipare in questa categoria”.
L’organizzazione della Dakar fornisce gli elementi essenziali per garantire l’assistenza ai partecipanti. Un baule per riporre i pezzi di ricambio, gli attrezzi, gli accessori e gli effetti personali del pilota; un fanale da usare nei momenti di scarsa illuminazione; l’uso gratuito di generatori e di compressori; l’accesso facilitato alle informazioni sulla gara; il trasporto del baule, di un set di ruote, di una tenda-letto, di una borsa da viaggio e di un set di pneumatici.

Lo sponsor, Motul, fornisce ai piloti iscritti a questa categoria i seguenti supporti: un sollevatore per moto; un tappeto; un kit con una tenda apribile in due secondi, un materassino da campeggio, un sacco a pelo per le temperature rigide e una coperta di sopravvivenza; una borsa da viaggio da 90 litri; uno zaino impermeabile da 25 litri; una giacca antipioggia e un berretto; 2 maglie da rally personalizzate; un kit per l’igiene. Nient’altro, tutto il resto è sulle spalle del pilota.

Ode alla Dakar in solitaria
Foto: DAKAR RALLY

È un esperienza devastante sia dal punto di vista fisico che mentale.
Ti svegli poco prima dell’alba e ti prepari per la prova speciale della giornata. Avrai alle spalle al massimo tre ore di sonno consumate dentro una tenda e ti aspettano centinaia di chilometri da percorrere il più velocemente possibile ma senza cadere e senza perderti. Nel frattempo devi cercare di non soffocare con la polvere sparata in faccia dai quad che ti corrono davanti e che non riesci a superare. Sei a pezzi. La guida è complicata, ogni dosso si fa sentire sul fisico e rischi di diventare strabico nel tentativo di guardare contemporaneamente la strada e il roadbook con il GPS. Ovviamente, devi anche evitare di essere investito dai concorrenti alla guida dei missili a quattro ruote, soprattutto quelli sui camion. Loro non riescono a vedere una moto in mezzo alla polvere.

Ma arrivi al traguardo, finalmente. Sono passate tante ore dalla partenza e non puoi nemmeno riposarti. Sei senza assistenza, devi fare tutto tu. Sei finalmente giunto al bivacco. Scarichi ciò che ti sei portato dietro alla partenza e ti prepari per il giorno dopo. Mangi e bevi qualcosa, nel frattempo organizzi il roadbook per le indicazioni della prova del giorno dopo. Non puoi riposarti, devi smontare la moto per controllarla e sostituire le parti danneggiate. Finito. È notte fonda e decidi di prepararti per la notte, ti aspettano quelle due o tre ore di sonno come ieri.

Domani si riparte con lo stessa giornata, come se fosse una routine che però aggiunge nuovi elementi di varietà. Nuova tappa da percorrere, nuovi territori da esplorare. Il corpo ti chiederà ulteriori ore di sonno ma non puoi soddisfare quel bisogno, devi andare avanti. Anche a costo di non dormire per uno o più giorni. Ormai non è più una questione di vincere la Dakar, bisogna solamente concluderla. È una questione personale, una sfida contro sè stessi. Questo è ciò che accomuna tutti i partecipanti della Dakar ma per chi corre in solitaria è un’esperienza molto più intensa.

Per avere una prova concreta di questa esperienza, il pilota Lyndon Poskitt ha caricato su YouTube un racconto della sua partecipazione alla Dakar 2017.
Lyndon è un ex-ingegnere aerospaziale con una carriera come pilota nei rally raid. Dopo aver rischiato di morire nel 2013, ha deciso di cambiare vita. Abbandona il suo lavoro e la vita da ufficio e decide si seguire il suo sogno. Viaggiare per il mondo e correre in ogni continente a bordo della moto che ha disegnato e sviluppato. Il che significa anche partecipare alla Dakar, il pinnacolo dei rally raid di resistenza. Questa è stata la sua avventura.

Published in Motorsport