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Maya Gabeira: morire e rinascere a Nazaré

Foto: Stefan Matzke/Sampics/Corbis/Getty Images

Maya Gabeira nasce a Rio de Janeiro (Brasile) il 10 aprile 1987. Sembra quasi che nel suo futuro gli elementi ricorrenti fossero: il mare, la lingua portoghese e il desiderio di libertà che porta a superare i propri limiti.
È figlia di due genitori che hanno lottato in forme diverse con il concetto di libertà. Il padre, Fernando Gabeira, è stato un ex rivoluzionario, uno dei membri fondatori del Partito Verde brasiliano. La madre, Yamê Reis è una stilista.

La loro figlia, Maya, cresce fondendo le visioni del mondo dei genitori. Per ottenere la libertà si deve lottare sfruttando la creatività e andando oltre i propri limiti. Soprattutto se si è una donna in uno sport dominato principalmente dagli uomini, come può esserlo il surf. Maya, essendo carioca, ha un rapporto molto stretto col mare. Quale sport può spingere una persona a lottare per la libertà personale, andando oltre i propri limiti? Il surf è la risposta corretta in questo caso.

I primi approcci
Inizia a surfare all’età di 15 anni, due anni dopo avviene il passaggio al professionismo. Inizia a viaggiare. Prima si trasferisce in Australia, poi alle Hawaii. È spinta dal desiderio di surfare onde con la “o” maiuscola.
In quei luoghi avviene la folgorazione. Maya diventa una surfista di onde giganti. Quelle da tow in, cioè surfabili solo con l’ausilio di una moto d’acqua come traino per raggiungerle. Va a surfare negli spot più famosi del mondo. Waimea Bay alle Hawaii; Todos Santos nella Baja California messicana; Mavericks in California; e, per non farsi mancare gli incontri ravvicinati con una quantità esagerata di squali, Dungeons in Sud Africa.

Maya, non solo si gode ogni surfata possibile sulle onde gigantesche di mezzo mondo, inizia anche a conquistare alcuni trofei. Dal 2007 al 2010 vince consecutivamente quattro Billabong XXL Global Big Wave Award. Nel 2008 diventa la prima donna al mondo a surfare nel Golfo dell’Alaska, a Ghost Trees nella Penisola di Monterey (California) e al famoso spot di Teahupo’o a Tahiti.
L’anno successivo surfa l’onda più grande di sempre per una donna a Dungeons: 14 metri circa.
Nel frattempo, continua ad accumulare premi individuali. Manca però qualcosa. Chi surfa onde giganti desidera sempre affrontare onde più grandi.

Per soddisfare questo desiderio, bisogna prendere un aereo e andare a Nazaré in Portogallo. Questo spot è un posto unico al mondo.
Si trova di fronte alla più grande depressione marina d’Europa (circa 5000 m). L’acqua, spinta dalle correnti dell’Oceano Atlantico, si incanala e corre per oltre 200 chilometri. A poche decine di metri dalla riva, il fondale si alza improvvisamente e si comprime, formando un muro su cui l’acqua sprigiona tutta l’energia accumulata nel suo viaggio. Le onde gigantesche sono solamente il risultato di questa esplosione marina.

Foto: Tó Mané/Barcroft Media

Un’esperienza mortale
28 ottobre 2013. Nazaré, Portogallo.
Maya Gabeira è arrivata qualche settimana prima per allenarsi ed entrare in sintonia con il luogo che la ospita. Ha fatto la conoscenza con le viuzze strette della cittadina e con gli anziani del posto che hanno uno sguardo severo ma sempre pronto a tramutarsi in un sorriso sincero alla vista di questi strani avventurieri con la tavola da surf che popolano questa città affacciata sull’Atlantico.
Ha passato le nottate a dividersi tra lo schermo del computer con le previsioni del meteo e la finestra che mostra l’oceano. L’obiettivo è solo uno: trovare il momento giusto per surfare le onde migliori.
Le previsioni suggeriscono il 28 ottobre come giornata migliore per la presenza di onde mastodontiche. Ma c’è un problema: il vento forte. Il vento è il principale nemico dei surfisti in queste condizioni.

È una giornata nuvolosa con qualche raggio di sole che prova timidamente a filtrare dalle nuvole. Maya sa che deve entrare in acqua entro le nove del mattino perchè da quell’ora in poi è previsto un aumento dell’intensità del vento. A farle compagnia c’è un suo collega fidato, un altro surfista di onde giganti, il brasiliano Carlos Burle. È lui alla guida della moto d’acqua che farà da traino per la surfista.

Entrano in acqua. Le onde giganti ci sono, attendono solamente di essere surfate. Bisogna solamente trovare il momento perchè Maya e Carlos sanno di essere al posto giusto nel giorno più adatto. Il momento arriva.
Carlos vede arrivare in lontananza un’onda enorme, un mostro di una ventina di metri. Guarda Maya e quest’ultima dà l’ok per iniziare a muoversi. Carlos accelera e traina Maya verso l’onda. La corda è tesa, la velocità aumenta e il mostro si avvicina sempre di più. Carlos e Maya si separano. Carlos supera l’onda con la moto d’acqua mentre Maya si mette in posizione e parte.

È un’onda molto veloce, sconnessa, irregolare. È probabilmente grande il doppio rispetto a ciò che Maya aveva surfato precedentemente. La surfista carioca non era nemmeno mai andata così velocemente su un’onda con questo tipo di irregolarità. Infatti, i dossi sull’onda sono fastidiosissimi e pericolosi. Ne incontra diversi. A un certo punto, perde il controllo. Su uno dei vari dossi incontrati, si rompe una caviglia e cade di faccia sull’onda, venendo immediatamente travolta. Carlos la perde di vista, anche per colpa del vento e della schiuma prodotta dall’onda.
Improvvisamente, Maya riappare in superficie dopo un po’. Respira ma, dopo aver incontrato l’oscurità del fondale marino, vede tutto bianco. È in grossissima difficoltà. Non vede, ha una caviglia rotta ed è in balia delle onde.

Deve fare affidamento solamente sul suo istinto e sperare che Carlos la salvi. Carlos, infatti, non si è reso conto subito della caduta della compagna d’avventura. La vede risalire a galla dopo il passaggio della prima onda ma la vede scomparire subito dopo il passaggio di un’ulteriore onda di grosse dimensioni. Oltre a questo problema, ce n’è un altro che perseguita la mente di Carlos. “E se Maya stesse provando a nuotare verso la riva?”. Con onde di quel tipo è probabilmente la scelta peggiore perchè è il luogo in cui l’onda si infrange con più violenza. Non esattamente il punto migliore per trovare rifugio. Carlos decide istintivamente di andare verso la riva nella speranza di trovare la sua collega in difficoltà. La sua preoccupazione si rivela fondata. Maya si sta dirigendo proprio verso la riva.
Eccola a galla. Carlos la vede. Sfrutta la finestra temporale di 10/15 secondi tra un’onda e l’altra per salvarla. Per due volte cerca di prenderla ma lei non si muove e non reagisce. Prova allora ad urlarle di prendere la corda per salvarsi. Maya, con le poche energie fisiche rimaste, riesce finalmente ad afferrare la corda. Viene trainata quel paio di metri che bastano per sottrarla alla corrente che era pronta a scaraventarla sulle rocce. Però Maya finisce con la faccia sott’acqua mentre viene trascinata verso la riva. Perde i sensi e lascia la corda, venendo subito travolta da alcune onde e trascinata verso la riva. Carlos lascia la moto d’acqua e corre a recuperarla a mano ma entrambi vengono travolti da un’altra onda.

I due arrivano a riva. Maya è esanime. È cianotica e non respira. Il suo giubbotto di salvataggio è esploso durante la prima caduta dalla tavola. È praticamente annegata.
Carlos prova a rianimarla col massaggio cardiaco e riesce a riportarla in vita. Non c’è però tempo da perdere, dev’essere portata immediatamente in ospedale. I polmoni sono devastati e la sofferenza è così forte dal non farle provare il dolore per la frattura della caviglia subita durante la caduta dall’onda. Viene ricoverata in ospedale, dove rimane in osservazione per 24 ore. Si riprenderà senza problemi. Si è salvata grazie alla combinazione di istinto di sopravvivenza e duro allenamento. Solo così ha reso possibile il salvataggio da parte del suo team. Le percentuali di merito dicono 80-20 ma quel 20% è ciò che le ha impedito di morire.

Una rinascita in più atti
9 ottobre 2015. Maya Gabeira torna a Nazaré. Deve affrontare la sfida più difficile: tornare nel luogo della sua quasi-morte. Ha lavorato tanto dal punto di vista fisico e psicologico nei poco meno di due anni trascorsi dall’incidente. Tutto si focalizza nell’abituarsi nuovamente alle onde e, nello specifico, all’avere a che fare con la morte in spot come quello di Nazaré. La ricetta per la rinascita è semplice, gli ingredienti ci sono. Basta solamente riacquisire dimestichezza con i passaggi. Risalire a bordo di una moto d’acqua; viaggiare verso l’onda; tuffarsi in acqua; aggrapparsi alla corda e farsi trainare a tutta velocità verso il muro d’acqua. Il risultato non è automatico, bisogna arrivarci per gradi. Bastano anche onde di “solo” qualche metro per iniziare nuovamente a muoversi sulla strada giusta, abbandonando le fragilità del passato.

18 gennaio 2018. Splende il sole a Nazaré. Maya Gabeira è pronta ad entrare in acqua. Potrebbe essere la giornata giusta per lasciarsi definitivamente alle spalle i momenti negativi del passato.
Maya entra in acqua, aspetta il momento giusto e lascia andare la corda. L’onda che si genera è enorme. La paura di cadere potrebbe impadronirsi della mente della surfista brasiliana ma non riesce nel suo intento. Maya guarda di fronte a sè, con un livello di concentrazione così alto da non permettere altro che portare a termine la surfata di un’onda da record. Nell’arco di qualche secondo si entra nella storia. Maya Gabeira ha appena surfato la più grande onda per una surfista. Una montagna d’acqua alta 20.7 metri che la catapultano immediatamente all’interno del Guinness World Record.

Dopo un record del genere bisogna scrivere un nuovo capitolo nel processo di rinascita.

11 febbraio 2020. A Nazaré si disputa la tappa portoghese della World Surf League. Maya Gabeira torna a gareggiare in un evento e lo fa dopo aver stabilito un record mondiale.
Trovare l’onda giusta è una questione di attenzione, istinto e fortuna. Non è automatico o scontato. Maya, però, si trova davanti una serie di onde dalle proporzioni insensate e decide di affidarsi al suo istinto.
È un’onda gigante perfetta. Molto veloce e con meno dossi rispetto a quella che la stava per ammazzare qualche anno prima. Ma è molto più grande di quella, quindi ancora più pericolosa. Dopo aver superato il trauma, tutto è più semplice. Equilibrio perfetto, baricentro basso e gambe ben piantate sulla tavola per scongiurare una nuova caduta. Maya Gabeira ce l’ha fatta. Ha surfato un’onda enorme e non importa se viene travolta dall’acqua qualche secondo dopo, è uscita vincitrice da questo scontro con la natura.

Ha surfato un’onda grande 22.4 metri che le fa stabilire un nuovo Guinness World Record per l’onda più grande surfata da una donna. Addirittura, in quell’occasione, la surfista carioca ha surfato l’onda più grande in generale, superiore anche a quelle cavalcate dai colleghi uomini. Seguendo le orme del papà ex rivoluzionario, Maya ha in qualche modo rivoluzionato la mentalità all’interno di uno sport dominato prevalentemente dagli uomini. Spesso sembra più accettabile che sia un uomo a morire facendo cose rischiose rispetto a una donna. Ma in sport di questo tipo, ciò non può funzionare. Natura e sport non guardano in faccia a nessuno.
Per Maya Gabeira e, in generale per tutti i surfisti, il surf su onde giganti non si riassume unicamente nel piacere di surfare, è anche una sfida di sopravvivenza con la natura. Si può morire, ma si può anche sopravvivere e rinascere.

Published in Sport