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Le brevi avventure da pilota di Pablo Escobar

Foto: Daniel Palacio

Nel sesto episodio della seconda stagione di Narcos, Pablo Escobar sta gareggiando contro suo cugino Gustavo Gaviria al volante di una Renault 4. Potrebbe essere solamente una corsa amichevole ma in ballo c’è una scommessa. La faccenda diventa seria quando ci sono i soldi di mezzo e Pablo Escobar lo sa bene. Lui e Gustavo non stanno guidando una semplice Renault 4. Stanno guidando una Renault 4 da corsa e lo stanno facendo su un circuito sterrato. Ok, il gioco d’azzardo riguardante una corsa illegale ma la sicurezza viene prima di tutto.

Pablo Escobar non è un fulmine alla guida ma si impegna tantissimo.
Il cugino riesce a stargli davanti e si permette anche un po’ di trash talking nei suoi confronti. Gli entra sotto pelle con la combinazione di prese in giro e manovre pericolose. Pablo patisce i colpi ma non demorde.
Ultimo giro. I due sono affiancati nel rettilineo precedente all’ultima curva. Gustavo sa che deve azzannarlo alla gola nel modo più subdolo ed efficace possibile per poter vincere. Sfrutta la sua superiorità mentale per prendere in prestito la tecnica “ti guardo e guido” da 2 Fast 2 Furious e distrarre Escobar. Gustavo si trova sulla traiettoria interna mentre Pablo su quella esterna. C’è un problema: la curva successiva è verso destra e Pablo, oltre a non essere nella traiettoria più comoda, sta per schiantarsi contro le barriere di protezione all’esterno della curva.

All’ultimo momento sposta di nuovo lo sguardo sulla pista, evita le barriere ed è costretto ad allargare ulteriormente la traiettoria. Gustavo mette a segno il suo piano e vince la sfida. Pablo, però, non la prende bene. Si sente ingannato e non nasconde la sua delusione. E non è un fatto di soldi, lui ne ha a disposizione una quantità infinita.
C’è da dire che, però, ha dimostrato non solo voglia di vincere e coraggio ma anche ottimi riflessi. Queste sono caratteristiche fondamentali nell’identikit di un pilota. Quanto c’è di vero in queste immagini provenienti da Narcos? Pablo Escobar è stato un pilota?

Da 0 a 100
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, Pablo Escobar era già la figura di riferimento nell’ambiente del narcotraffico mondiale. Immense quantità di cocaina venduta fruttavano immense quantità di denaro. Pablo Escobar era “El Patron” e il suo potere si rifletteva in ogni aspetto della società colombiana. Quando sei il padrone di un paese, puoi permetterti qualsiasi cosa. Questo assume ancora più valore quando vieni dal nulla. Non è solo il caso di Escobar, è anche quello della Renault 4.

Quest’auto nasce come mezzo a motore economico, robusto e pratico. Una vettura adatta a tutti, anche a chi aveva poco. Un po’ come l’equivalente in Colombia della 500 in Italia o del Maggiolino della Volkswagen in Germania. La Renault 4 è diventata un simbolo nazionale che ha messo in movimento un intero paese. Come è accaduto con Pablo Escobar, anche la Renault 4 è cresciuta dal niente ed è diventata sempre più potente e famosa. Negli anni Settanta nascono in Colombia diversi campionati locali basati sulle auto più comuni: la Simca 1000 e, ovviamente, la Renault 4. Non erano automobili fatte per correre ma quando ci sono soldi ed entusiasmo da investire, nulla è impossibile.

E chi è che aveva soldi ed entusiasmo a volontà da investire? Proprio Pablo Escobar.

Un hobby veloce per una vita veloce
È il 1979. Escobar è innamorato della Renault 4. È l’auto con cui è stato arrestato la prima volta nel 1974. Ne ha diverse nel suo garage e, da buon appassionato di motorsport, decide di sfruttarne alcune per correre. Partecipa alla Copa Renault 4 all’Autódromo Ricardo Mejía a Bogotá.

Foto: Daniel Palacio

Immaginiamoci la scena. I partecipanti alle gare sono nel paddock con la loro bibita e il loro perro caliente sbrodolante in mezzo ai pezzi delle auto e i membri della squadra. All’improvviso, vedono arrivare al circuito quest’uomo baffuto all’interno di un elicottero e al suo seguito ci sono due camion con quattro Renault da gara (una per sè, l’altra per il cugino Gustavo Gaviria, più due vetture di riserva) e un motorhome con cibo, alcolici e ogni tipo di sfizio per tutti i presenti. Come disse Julian Calle, suo avversario in quel campionato: “Era l’unico con quel tipo di disponibilità. Dopotutto, arrivava in elicottero. Ma dopo la gara offriva a tutti pasti abbondanti con champagne e la compagnia di donne incredibilmente belle. Mi chiedo se nessuno veramente credesse che non fosse un trafficante di droga”.

Chi non conosceva Pablo Escobar, imparava a conoscerlo subito. Uno con quel potere poteva comandare pure in pista. Aveva letteralmente tutto ma non abbastanza talento per primeggiare. I soldi servivano a colmare il distacco. Don Pablo ci metteva tutto l’entusiasmo possibile ma nelle curve i migliori piloti riuscivano tranquillamente a stargli davanti. Peccato solamente che nei rettilinei venivano sverniciati facilmente dal re del narcotraffico. Evidentemente non era “dopato” solamente il pilota ma pure la macchina. Fatto abbastanza particolare, trattandosi di un campionato monomarca in cui tutte le automobili dovrebbero essere uguali. Casualmente, la sua auto non fu mai resa illegale. Lui era Pablo Escobar, chi era il pazzo che andava a lamentarsi?

Dopo sei gare nel campionato 1979, si ritrovò secondo in classifica. Non solamente per le prestazioni dell’auto ma anche per le tattiche extra-sportive utilizzate. Aveva, ad esempio, la sua rete di poliziotti corrotti che impediva ai suoi avversari di arrivare puntuali al circuito per le gare. Inoltre i giornalisti neanche si permettevano di citare la sua vera professione e si auto-censuravano preventivamente.

Foto: Daniel Palacio

In seguito, Escobar decise di soddisfare il suo bisogno di adrenalina con mezzi dalle prestazioni superiori rispetto a quelle delle tanto amate Renault 4. Grazie ai suoi contatti con gli Stati Uniti, si innamorò della Porsche 911 SRS guidata dal leggendario Emerson Fittipaldi nel campionato IROC del 1974 e utilizzata anche negli anni successivi dagli altri piloti nei campionati IMSA. In quel campionato IMSA correva anche il miglior pilota colombiano degli anni Settanta: Ricardo Londoño. Londoño era un pilota decente con un passato da motociclista e da pilota di stock car, che fece il salto nei campionati nordamericani grazie al supporto di Pablo Escobar.

El Patron considerava Londoño un ottimo pilota e decise di mettersi alla prova, sfidandolo con la sua Porsche da oltre 560 cv in una gara di velocità in salita a Medellin. C’era in ballo una scommessa. Escobar scommise che sarebbe arrivato dietro al suo avversario con un distacco inferiore ai quindici secondi. Ovviamente, Londoño scommise sul contrario. Don Pablo arrivò al traguardo con un distacco di otto secondi, grazie alle prestazioni “stupefacenti” della propria vettura ispirata alla famosa livrea Martini. Escobar vinse la scommessa e, nonostante il grosso ritardo da Londoño, fu molto fiero di sè per questa sua vittoria mascherata da sconfitta.

Foto: Daniel Palacio

Fuori dall’abitacolo
Pablo Escobar era consapevole dei propri limiti alla guida di un’auto da corsa. Ciò che è nato come hobby rimase un hobby. Aveva tutte le risorse economiche per sfondare nel motorsport “serio”, mancavano però le capacità di guida. Giustamente decise di farsi da parte per concentrarsi sugli affari prioritari, quelli che gli permettevano di riempire di denaro le stanze di casa propria. Se da una parte Escobar lasciò il motorsport amatoriale, Ricardo Londoño continuò per la sua strada. Nel 1980 andò a correre in Europa per cercare uno spiraglio per entrare in Formula 1. Quell’occasione arrivò l’anno successivo.

1981. Circuito di Jacarepaguá, Rio de Janeiro. La Formula 1 torna dopo tre anni di pausa sul circuito successivamente intitolato a Nelson Piquet per il Gran Premio del Brasile. La scuderia Ensign ha grosse difficoltà economiche. Lo sponsor principale è andato via e il proprietario Morris Nunn è alla ricerca di un pilota che possa portare degli sponsor. Gli viene il fatto il nome di Ricardo Londoño, nome sconosciuto nel circus della Formula 1. La situazione è disperata, c’è poco da fare gli schizzinosi. Nunn chiama Londoño per correre in Brasile. C’è però un problema: il colombiano non ha la superlicenza della FIA e non può correre senza. Per sua fortuna la federazione ha organizzato una sessione di test il mercoledì prima della gara. Londoño può scendere in pista, mettersi in mostra e provare a convincere la FIA a fargli disputare il fine settimana di gara.

Il debuttante colombiano mette a segno circa dieci giri, girando quattro secondi più lento rispetto al più veloce della sessione, Carlos Reutemann. Non saranno tempi stratosferici che fanno strappare i capelli però non gira in maniera così malvagia per essere un debuttante. C’è giusto qualche problema con il comportamento in pista leggermente crudo, da pilota inesperto carico a pallettoni. Keke Rosberg non vede di buon occhio questo novellino e decide di metterlo nei guai come facevano i piloti veterani con i debuttanti. In un rettilineo si trova davanti a Londoño e decide di frenare volutamente in anticipo. Il risultato è scontato: il colombiano non reagisce in tempo e centra in pieno Rosberg. I commissari di gara prendono nota dell’incidente e danno la colpa a Ricardo. Niente superlicenza per lui, non potrà correre il Gran Premio del Brasile. Non avrà più nessuna occasione per entrare in Formula 1 dopo questa occasione.

Girano però diverse voci intorno a questa vicenda. Qualcosa non quadra. Bernie Ecclestone inizia ad indagare sullo sponsor e sui finanziamenti portati nella squadra da Londoño. A vedere l’auto non sembrava ci fosse niente di strano. C’era uno sponsor con la scritta “Colombia”, niente di più. Ma Bernie voleva vederci più chiaro. Da dove provengono questi soldi? Ecclestone scoprì che i soldi provenivano da una società con sede a Medellin, Colombia. Chi era il capo di quella società? Pablo Escobar. Chi altro poteva esserci dietro?

Foto tratta dal web

PS: Pablo Escobar e Ricardo Londoño non solo condividevano la passione per i motori ma anche il coinvolgimento col il narcotraffico. I due morirono assassinati a distanza di poco meno di sedici anni l’uno dall’altro.

Published in Motorsport