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La streak che segna una rivoluzione: vol.1

 Foto: WWE

Se non siete appassionati di wrestling, ma lo siete stati durante l’infanzia, probabilmente pensando al wrestling femminile riaffiorerà nella vostra mente una parola: Diva.

Fino a pochissimi anni fa, così erano definite le atlete della più famosa compagnia di wrestling al mondo, la WWE (World Wrestling Entertainment), e come tali erano tenute a esibirsi sul ring: Dive che dovevano azzuffarsi in poco dignitose catfight, lasciando raramente spazio a esibizioni atletiche di livello.
Nonostante negli anni molte performer passate per la WWE abbiano tentato di invertire la tendenza (Trish Stratus, Lita, Chyna alcune tra le più famose), l’azienda della famiglia McMahon è rimasta ancorata allo stile basico imposto già a partire dagli anni 50’ da Fabulous Moolah (Mary Lillian Ellison), figura a dir poco controversa che gestì la divisione femminile della federazione assecondando esclusivamente i propri fini personali.

Questo avveniva mentre in Europa, UK in primis, e soprattutto in Giappone il wrestling femminile era equiparato per importanza a quello maschile. Atlete come Manami Toyota, Chigusa Nagayo e Megumi Kudo hanno qui conquistato il diritto di essere annoverate tra i migliori di tutti i tempi, a prescindere dalle divisioni di genere, portando numerose innovazioni in una disciplina che progrediva rapidamente.
Non c’è dunque da stupirsi se il roster femminile della WWE è stato per lungo tempo composto quasi esclusivamente da performer americane, dato il poco appeal esercitato oltreoceano e la volontà, espressa soprattutto da Moolah, di non far sfigurare le proprie atlete al confronto.
Tutto questo è andato avanti, con ben pochi scossoni, sino al recente 2015. L’interesse per alcune Dive che erano riuscite a ritagliarsi uno spazio nello show (AJ Lee, Paige, le gemelle Bella) ha portato i fan a mobilitarsi sui social, spingendo l’hashtag #GiveDivasAChance.

La vera Women’s Revolution, così sarà poi definito questo movimento, avveniva però in NXT, il territorio di sviluppo della federazione statunitense.
In quegli anni la popolarità del brand cresceva a vista d’occhio, tanto da potersi confrontare a testa alta coi due show principali della compagnia, Raw e SmackDown.
Tra i principali motivi di interesse dei fan, le prestazioni sul ring delle così dette Four Horsewomen of WWE: Charlotte Flair, Sasha Banks, Becky Lynch e Bayley. La forte attrattiva della divisione femminile di NXT convinse infine Vince McMahon ad avviare un processo di equiparazione del wrestling femminile a quello maschile, processo che ad oggi ha portato risultati fino a pochi anni fa impossibili da pronosticare.
Il termine Diva venne definitivamente depennato dal vocabolario WWE il 3 aprile del 2016, quando durante WrestleMania 32 (il più importante pay-per-view della federazione) il Divas Championship venne rimpiazzato dal WWE Women’s Championship.

Un nuovo inizio dunque per la divisione femminile, che finalmente può confrontarsi ad armi pari con le federazioni estere. E proprio grazie a questa ventata di rivoluzione, da quelle federazioni arrivano nuove atlete, consce di potersi finalmente esprimere pienamente anche su un palcoscenico importante come quello della WWE.
Il nome di punta tra i nuovi arrivi è senza dubbio quello di Kanako Urai, wrestler giapponese nota in patria col ring name Kana, cambiato in Asuka con l’approdo in America. Leggenda delle federazioni indie, al suo arrivo in WWE è con ampio margine la wrestler con più esperienza, e anche per questo viene subito messa al centro di un ambizioso progetto dal chairman di NXT, Paul Michael Levesque (Triple H).
A precederla di pochi mesi ad NXT il connazionale Hideo Itami (KENTA in patria), stella della Pro Wrestling NOAH: questi due importanti arrivi nel giro di pochi mesi riaprono di fatto le porte della WWE ad atleti giapponesi, o comunque formatisi in Giappone. Numerosi atleti arriveranno negli anni seguenti dall’estremo oriente, soprattutto dalle federazioni World Wonder Ring Stardom (Stardom) e New Japan Pro-Wrestling (NJPW).

Questo articolo vuole esaminare nello specifico la carriera di Urai in WWE e l’importanza che i suoi successi personali hanno avuto per la Women’s Revolution, ma prima è necessario rispondere a una domanda: che valore hanno le vittorie in uno sport i cui risultati sono predeterminati?
Un appassionato probabilmente risponderebbe a questo quesito utilizzando una sola parola, keyfabe, concetto simile a quello della suspension of disbelief nel cinema.
Quando guardiamo Rocky sappiamo che il pugile resiste sino allo scadere del 15° round solo perché così prevedeva la sceneggiatura di Stallone, ma ciò non ci impedisce di trarre ispirazione dalla sua infinita tenacia. Nel wrestling così come nel cinema dobbiamo dunque distinguere il personaggio dal performer, tenendo però conto che i due aspetti si influenzano vicendevolmente, ed entrambi hanno il potenziale per influenzare lo spettatore.
Questo concetto è a maggior ragione valido quando in ballo ci sono concetti ideologici e valori morali, in questo caso la parità di genere, che possono essere esaltati come sviliti a seconda di come vengono messi in scena sul ring.

Nella seconda parte di questo articolo, in arrivo tra una settimana, ci addentreremo nell’analisi della carriera di Asuka in America osservando, attraverso una top ten dei suoi match più rappresentativi, quali obiettivi ha raggiunto per le donne e per i giapponesi in WWE.

Published in Sport