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«I tre minuti più belli della storia del calcio» (cit.)

Foto tratta dal web

«Quelli a cui abbiamo assistito sono i tre minuti più belli della storia del calcio». Le parole che profumano d’inchiostro sono quelle del francese Gabriel Hanot, ex calciatore e giornalista che scrive per l’Equipe. Ma Hanot non sta commentando solamente Brasile – URSS dei Mondiali di calcio del 1958, sta provando a tracciare il percorso evolutivo del calcio fino a quel momento. Come sempre ha provato a fare durante la sua vita. Se ogni anno, intorno a dicembre, vi azzuffate con gli amici per decidere chi tra Messi, Cristiano Ronaldo e un terzo incomodo debba vincere quella sfera dorata di una decina di chili circa, date la colpa a lui. Se, invece, vi ritrovate il martedì e il mercoledì sera durante l’anno a guardare delle partite di calcio tra squadre che vogliono vincere una coppa “dalle grandi orecchie”, ringraziatelo. Anche in questo caso l’idea alla base di tutto è la sua.
Ma cosa accadde in quei tre minuti di partita? Prima di scoprirlo bisogna fare un salto indietro nel tempo.


Vedere il mondo da una nuova prospettiva
I brasiliani sono i protagonisti della vicenda, i sovietici sono le comparse (anche se non è male avere come comparsa una leggenda e unico portiere nella storia ad aver vinto il Pallone d’oro come Lev Yashin).
La Seleçao arrivava al Mondiale del 1958 dopo 8 anni di disfatte di diversa entità. Si trovava in fase di ricostruzione. Cercava di costruire una nuova identità ma questo processo andava a rilento. La bomba atomica psicologica del Maracanazo nel 1950 aveva sbriciolato un intero paese mentre i quarti di finale raggiunti nel Mondiale del 1954 avevano messo i primi mattoni. Ma la struttura era instabile. La tenuta psicologica della squadra era preoccupante. Fu così che per il Mondiale del 1958 in Svezia, la nazionale verdeoro arruolò uno psicologo per scacciare i fantasmi del Maracanazo. C’era però un fattore che poteva dare un po’ di vitalità a una nazionale in difficoltà. In quella selezione c’erano due debuttanti nella competizione mondiale che potevano portare un po’ di freschezza al calcio brasiliano.

Contro la Seleçao però c’era una squadra organizzatissima, molto attenta dal punto di vista tattico e atleticamente formidabile, una squadra da manuale del calcio collettivo. In quel periodo i sovietici mandarono in orbita lo Sputnik per avere un’altra visione della Terra. La nazionale verdeoro, invece, mandò in campo due giovani di talento e sfacciataggine per avere una diversa visione del calcio, più simile al suo DNA.

L’equipaggio alla guida del razzo che avrebbe portato il calcio nella stratosfera era composto da Edson Arantes do Nascimento, conosciuto come “Pelé” e da Manoel Francisco dos Santos, detto “Garrincha”.
Il primo colloquio di lavoro per ottenere il posto nella selezione brasiliana non andò nel migliore dei modi. Il CT del Brasile Feola doveva fare i conti con lo psicologo della squadra, assunto per dare indicazioni su quali giocatori avessero la miglior tenuta mentale. Il risultato che venne fuori dal test attitudinale al quale furono sottoposti i calciatori fu disastroso per i due debuttanti. Pelé risultò “estremamente immaturo” (fattore legato ai suoi 17 anni), troppo irresponsabile per giocare di squadra mentre Garrincha sembrava fosse rimasto indietro nel percorso evolutivo dell’uomo. Non riusciva a distinguere una linea orizzontale da una verticale e aveva lo stesso quoziente intellettivo di una sedia. Oltre a ciò, aveva una gamba più corta dell’altra per via della poliomielite ed era strabico. La carta d’identità diceva “24 anni” ma sostanzialmente era un bimbo ai primi anni d’età con tantissimi problemi. I suoi piedi però erano da membro del Mensa, così come quelli del giovane compagno di squadra.

Secondo lo psicologo entrambi non potevano giocare e il CT decise di non farli giocare per le prime due partite del girone. Meglio affidarsi ai calciatori di maggiore esperienza.
Fu il capitano Bellini a far cambiare idea all’allenatore Feola. Il leader difensivo della Seleçao era evidentemente stanco di finire a terra a guardare il cielo dopo essere stato dribblato in allenamento dai due ragazzi. Il campo parlava chiaro ed entrambi vennero schierati titolari nella sfida contro l’Unione Sovietica. Sarà stata la novità dell’avere a che fare con la prima edizione dei Mondiali trasmessi dalla televisione in giro per il mondo ma sicuramente l’impatto di questi due calciatori fu superiore alle attese di tutti, addetti ai lavori e non.


Un’epifania di 180 secondi
Bastarono poco più di due minuti per capire che Garrincha e Pelé fossero quel genere di individui che passano sulla Terra una volta ogni qualche centinaio di anni. Ciò che i sovietici, gli spettatori allo stadio e davanti alla televisione in tutto il mondo videro di fronte ai loro occhi non fu nulla di analizzabile o comprensibile scientificamente, quanto più qualcosa di sconosciuto, di imprevedibile.

15 giugno 1958. Göteborg, Stadio Nya Ullevi. Brasile – URSS.
Si trattava della classica sfida “talento contro organizzazione”, “individualismo contro gioco di squadra”. Un quartetto offensivo sostenuto alle spalle da Didi contro una difesa guidata da una leggenda come Yashin.
Feola grondava cubetti di ghiaccio alla vista del report sulla condizione fisica praticamente perfetta dei sovietici. L’unico modo per compensare le differenze atletiche era quello di intimidire gli avversari grazie alla tecnica. La soluzione a questo problema era soprattutto nei piedi di Garrincha. Lui però non conosceva questa soluzione, non riusciva a pensare in modo razionale ma agiva così, come gli veniva più naturale. Quando l’irrazionale incontra il talento si hanno quasi delle performance di genialità autistica che trascendono ogni tipo di schema o di spiegazione. Garrincha non spiegava come fare, lo faceva e basta. Didi, al ponte di comando in mezzo al campo, aveva ricevuto solo un’indicazione dall’allenatore: “il primo passaggio dev’essere per Garrincha”.

Non è facile descrivere al meglio cos’è successo in quei minuti iniziali. Ci si può affidare solamente a poche immagini e alla letteratura che ha raccontato cosa accadde in quella sera di giugno.
Fischio d’inizio. Neanche mezzo giro di lancetta e il pallone finisce tra i piedi di Garrincha. Il brasiliano manda al manicomio l’esperto terzino sinistro Kuznetsov con una serie di finte e dribbling. Così come faceva sui terreni dissestati di Pau Grande, Garrincha mette a sedere Kuznetsov non una, non due ma più volte. Il terzino cercava di mandarlo sulla sinistra e l’11 brasiliano andava sulla destra. Si fermava e ripeteva la stessa azione ma dall’altro lato e ogni volta il giocatore sovietico finiva a terra come dopo aver provato i pattini per la prima volta. Garrincha converge dalla fascia destra verso l’interno dell’area: fulmina nuovamente da fermo Kuznetsov, Tsaryov cerca di aiutare il compagno di squadra raddoppiando sull’11. Garrincha si allarga sulla destra e da posizione defilata fa partire un destro senza senso che rischia di sbriciolare il palo della porta difesa dai sovietici, rendendo inutile il tentativo di chiusura in scivolata di Tsaryov. La porta rimane miracolosamente in piedi e il pallone finisce oltre l’area di rigore, interrompendo la sua corsa nei pressi del cerchio di centrocampo.

La soluzione A con protagonista Garrincha non va a buon fine. Si va con l’opzione B: Capitan Bellini serve l’altro debuttante del giorno, Pelè. Il risultato è il medesimo, altro legno colpito con Yashin che continua a non capire nulla di ciò che sta accadendo. I suoi compagni di squadra sono ancora più impotenti di lui.

La terza opzione è quella che chiama in causa altri due componenti della fase offensiva verdeoro, Didi e Vavá. Al terzo minuto della partita, Didi si trova sulla trequarti. Ha tutto sotto controllo, come sempre. Sfrutta il movimento di Pelè che si porta dietro i difensori sovietici, alzando la linea difensiva avversaria di qualche metro. Stordisce Ivanov spostandosi da fermo la palla da destra a sinistra e nel frattempo vede con la coda dell’occhio lo scatto in verticale di Vavà, che aveva letto il movimento della linea difensiva avversaria. Quando Didi ha la palla tra i piedi, i compagni sanno che possono iniziare a correre per ricevere comodamente il pallone qualche secondo dopo in posizione favorevole. Ed è ciò che avvenne in quell’istante. Didi manda in porta Vavá con un passaggio d’esterno in verticale che profuma di torta appena sfornata. La palla passa attraverso un corridoio incredibile, finisce tra i piedi di Vavà che controlla e fulmina Yashin in uscita con un tocco di mezzo esterno.

Vavà è così euforico che, per recuperare il pallone dalla porta, finisce per schiantarsi a tutta velocità nella rete. Evidentemente voleva concludere la precedente opera di demolizione della porta iniziata da Garrincha qualche minuto prima. Con questo breve saggio delle qualità dei suoi uomini d’attacco, il Brasile passa in vantaggio.


In quei 180 secondi i brasiliani chiusero il manuale del calcio che aveva permesso ai sovietici di arrivare fino ai Mondiali e mostrarono loro un altro tipo di calcio sconosciuto a quelle latitudini. Un calcio in qualche modo influenzato da due rivoluzionari come Pelé e Garrincha, il 9 e l’11 della squadra. La coppia più vincente di sempre tra le nazionali mostrò come non serviva avere unicamente una tenuta mentale titanica per vincere, era necessario affidarsi ai propri piedi e alla propria creatività. Bastava essere brasiliani, nel bene e nel male. Quando nella gioventù cresci nelle difficoltà e sei costretto a sfruttarle a tuo vantaggio, puoi anche essere immaturo o un minus habens, il talento è l’unica vera ancora di salvezza. Se ti ritrovi a dipingere calcio sui terreni disastrati di Bauru o in quelli di Pau Grande, magari avendo tra i piedi un pallone fatto di stracci e carta, figuriamoci quando ti ritrovi a giocare con un vero pallone su un vero campo in erba. In quel caso tutto diventa un gioco da ragazzi, ragazzi come Pelè e Garrincha, coloro che trascinarono anche i compagni di squadra più esperti. Quei due inizialmente non dovevano giocare ma alla fine hanno avuto ragione loro.

Fu così che il razzo arrivò a destinazione. Il calcio conobbe una nuova dimensione. Aveva ragione Gabriel Hanot, per periodo storico e impatto di quelle giocate, questi primi momenti della partita furono «i tre minuti più belli della storia del calcio».

Published in Calcio