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Anche un casco ha gli occhi

Foto: Yamaha Motor Co. Ltd

Nel motociclismo i caschi con gli occhi disegnati sopra la visiera sono spesso stati una prerogativa dei piloti giapponesi. Il gusto estetico proveniente dalla terra del Sol Levante ha sempre proposto grafiche originali, diverse dagli standard europei. In un contesto culturale – quello giapponese – che tende a limitare l’individualità, il casco diventa l’unica vera forma di identità di un pilota insieme al suo stile di guida. È il primo elemento rintracciabile da uno spettatore ed è molte volte anche un fattore di attrazione per chi guarda una corsa. In tantissimi si sono affezionati a un pilota, sfruttando inizialmente il casco come primo motivo di interesse.

Domenica 29 ottobre 2000. A Phillip Island va in scena il Gran Premio d’Australia classe 250. Ricordo bene quel giorno per un dettaglio. Poco prima di pranzo la tv è sintonizzata su Italia Uno, che sta trasmettendo in quel momento Grand Prix. Io sono di fronte allo schermo della tv e sto guardando cosa è successo nella gara disputata nelle prime ore del mattino. Ci sono due piloti con la moto identica e stanno battagliando per la vittoria. Sono Shinya Nakano e Olivier Jacque. Guidano entrambi una Yamaha grigio bluastro chiaro con inserti gialli e sono praticamente attaccati tra loro.

Nelle inquadrature ravvicinate sui piloti che affrontano le poche curve lente del circuito australiano rimango colpito da quel dettaglio citato rapidamente in precedenza. Nakano indossa un casco con una coppia di occhi giganti disegnati sopra la visiera. Sembrano guardare l’asfalto a ogni curva affrontata. In ogni inquadratura sul pilota giapponese la mia attenzione finisce sul suo casco.
Intanto la gara sembra divertente. Salta fuori che entrambi i piloti della Yamaha si stanno giocando il titolo. Nakano è sempre davanti mentre Jacque lo segue come un’ombra. All’ultimo giro però Jacque sfrutta la scia del compagno di squadra sul rettilineo del traguardo e lo supera in volata, battendolo per un niente: 14 millesimi di secondo.
Il giapponese perde gara e titolo in maniera poco furba ma diventa simpatico ai miei occhi, soprattutto per il casco. Da quel momento in poi assocerò immediatamente quella grafica sul casco a Shinya Nakano. Ma non è stata una caratteristica unica di Nakano. Il casco con gli occhi disegnati è stato usato da altri piloti e ha un’origine che ci porta indietro nel tempo di tanti anni.

Da Pinocchio alla pista
John Cooper è un tipo tosto. È un pilota inglese di road races che spesso si avventura anche nelle corse su pista. Ha vinto per due volte la temibile North West 200 nell’Irlanda del Nord. Nel 1971 vinse una corsa extra-campionato, la “Race of the Year” a Mallory Park, battendo il leggendario Giacomo Agostini. Cooper è un pilota con gli attributi, visti i successi ottenuti in un’epoca in cui si contavano ancora i feriti e i morti a ogni fine settimana di gara. Ma ciò non gli bastava. Voleva distinguersi dagli altri piloti e non solo per ciò che faceva in pista.

John correva con un casco che aveva dipinto con le sue mani. Inizialmente indossava un casco con una grafica raffigurante il Grillo Parlante di Pinocchio. I commissari di gara, che evidentemente all’epoca non avevano un’elasticità mentale adatta a lasciar passare questa trovata, non lo lasciarono entrare in pista con quel casco. Cooper decise allora di dipingere nuovamente il casco. Eliminò praticamente tutto ma non gli occhi del personaggio, quelli rimasero. Fu così che John Cooper inventò il casco “Mooneyes”. In un epoca in cui i centauri erano vestiti spesso di nero e utilizzavano caschi monocolore, vederlo girare in pista indossando un casco con gli occhi disegnati sopra creò qualche frattura nell’ambito dell’estetica dei piloti.

Foto: Mortons Archive

Butterfly Effect
John Cooper non pensava di generare chissà quale effetto. La sua era solamente una scelta stilistica dettata da un gusto personale. Non voleva influenzare nessuno. Però se avviene qualcosa in un determinato luogo è possibile che gli effetti si percepiscano anche dall’altra parte del mondo, magari con una portata ancora maggiore. Ciò che ha avuto origine in Inghilterra ebbe un effetto in Giappone.

Anni Sessanta. Un giovane pilota di motocross sta sfogliando una rivista di motociclismo. Si chiama Tadashi “Tadao” Suzuki ed è rapito dai racconti sulle gesta di John Cooper. Rimane colpito dalle foto che ritraggono il pilota inglese. Nello specifico, rimane incantato da questo pilota diverso dagli altri che lo circondano. Questo pilota usa un casco con gli occhi disegnati sopra. Decide di rubare l’idea e farla sua. Prende gli occhi del Grillo Parlante usati da Cooper, li ingrandisce e li mette sul proprio casco.
Nella sua carriera vince 21 gare nel campionato di motocross All Japan e partecipa anche ad alcune gare internazionali.

Foto: MXGoldenAge

Parallelamente alla carriera fatta di fango e ruote tassellate, Tadao raffina le proprie capacità di sviluppo delle componenti racing. Sul finire della carriera inizia a creare le sue parti da corsa, specializzandosi nella realizzazione di scarichi ad alto rendimento. Nasce la sua azienda focalizzata soprattutto sul racing: Special Parts Tadao, conosciuta anche come SP Tadao. Il logo di questo marchio? Gli occhi “lunari” utilizzati da Tadao nei suoi caschi. Essendo un’azienda fondata sui prodotti da utilizzare in pista, la SP Tadao diventa anche uno sponsor per i piloti più giovani. Quindi, per pubblicizzare il marchio e per onorare Tadao Suzuki, i piloti sponsorizzati inseriscono il logo del marchio nelle grafiche dei loro caschi.

Foto: SP Tadao Japan

Il più famoso e iconico tra questi? Shinya Nakano, quello della sfida all’ultimo metro di Phillip Island 2000. Shinya entrò a far parte del team SP Tadao a 16 anni, agli albori della sua carriera nel motociclismo giapponese. Come da consuetudine, inserì il logo dell’azienda sul proprio casco ma non si limitò a quel periodo passato sotto la gestione di Tadashi Suzuki. Continuò ad usare il casco con gli occhi per tutta la sua carriera come segno di ringraziamento nei confronti della squadra che lo ha sostenuto e formato agli inizi della sua carriera.

Foto: Pinterest

Ma non fu l’unico pilota a usare quella grafica per gli stessi motivi. Ci furono tanti altri piloti giapponesi. Il compianto Yasutomo Nagai, Tomoyoshi Koyama e Katsuyuki Nakasuga per citare i più conosciuti. Grazie all’Arai, una delle più famose aziende produttrici di caschi, questa grafica non è più solamente una caratteristica dei piloti giapponesi. Alcuni piloti del campionato americano MotoAmerica, come Lucas Silva, Austin Phillips e Sam Verderico, hanno preso ispirazione dai piloti giapponesi e utilizzano il casco con gli occhi griffato Arai. Che sia per moda o per riconoscenza, è comprensibile la scelta. Con una grafica di questo tipo non si passa inosservati. Ci aveva visto giusto John Cooper tanti anni fa, forse per merito dei suoi occhi giganti sul casco.

Published in Motorsport