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Tekken 3: I fought the Law and the Law won

Foto tratta dal web

Tekken 3 è arrivato nelle case dei videogiocatori di tutto il mondo nel 1998 e divenne praticamente da subito un prodotto di successo in ambito videoludico. La storia, la grafica in 3D e la giocabilità lo resero uno dei picchiaduro più famosi e apprezzati, tanto da permettere la vendita di oltre 6 milioni di copie in tutto il mondo. Tekken 3 fu l’ultimo capitolo della serie Tekken ad essere giocabile su Playstation 1 ma ancora oggi viene giocato sulla console originale, sulle riedizioni in miniatura o sugli emulatori dedicati.

Io non sono mai stato un gran videogiocatore. Ho giocato con più frequenza solamente ai giochi sportivi e di guida ma Tekken 3 è l’unico gioco – di tipologia diversa – che mi ha sempre colpito, quelle pochissime volte in cui mi lanciavo in sfide random poco meno di 20 anni fa. Non sono mai stato un tipo da picchiaduro e non credo lo sarò mai. L’unico altro titolo di mia conoscenza è Street Fighter ma non ci ho mai giocato. Non ho mai trovato l’occasione di infilarmi in uno di quei cabinati per i videogiochi arcade nel tentativo di lesionarmi i muscoli delle mani all’interno di una sala giochi, circondato da gente che gioca a biliardo e persone già note alle forze dell’ordine che sperimentano nuove forme di corteggiamento, stabilendo nuovi record alla macchina del punching ball. Ho deciso però di dare una chance un pochino più approfondita a Tekken 3. Retrogaming ma senza le giuste conoscenze pregresse.

Conosci te stesso e il tuo nemico
I ricordi sono confusi e sono legati principalmente a quell’ammasso colorato di pixel che associavo ad alcuni personaggi e all’incapacità di giocare come si deve. Dunque, l’idea più sensata è quella di recuperare il manuale originale del gioco e avere così un’infarinatura generale dei comandi, dei personaggi e delle modalità presenti nel videogioco.

Fase di preparazione: accendo la console, faccio caricare il gioco e scelgo la colonna sonora che mi farà compagnia (quella del gioco non mi convince). Ormai gli algoritmi di Spotify conoscono i miei gusti musicali e difficilmente sbagliano. Mi ritrovo davanti una playlist convincente: Classic Punk. Non c’è niente di meglio che regalare smitragliate di colpi ai personaggi controllati dal computer col sottofondo dei Ramones, degli Adolescents, dei Misfits, dei Bad Religion, dei Clash, dei Black Flag, dei Dead Kennedys e tanti altri gruppi che mi aggradano.

Schermata principale di Tekken 3. Seleziono la modalità arcade perché è quella che mi consente di partecipare al torneo “King of the Iron Fist” e sbloccare così nuovi personaggi.
Scelgo il mio personaggio preferito, l’unico di cui ho un ricordo vivido dal passato: King. Non c’è niente di meglio di un luchador messicano di 2 metri con una maschera da giaguaro e abbastanza pronto a spezzare ossa altrui. Oltre alla carriera da wrestler, gestisce un orfanotrofio e odia vedere i bambini piangere. Dev’essere sicuramente una brava persona.

Foto: YouTube

Il morale è alle stelle e mi fa dimenticare quanto io non sappia realmente cosa mi aspetta.
La tattica è una sola: tasti a caso ma attacchi ragionati quando serve. Il sottofondo musicale (in modalità shuffle) si presta bene alla digitazione casuale dei comandi ma meno al ragionamento dietro gli attacchi da proporre. In questo momento i Ramones stanno cantando “Hey ho, let’s go!” e mi esortano ad andare con la “guerra lampo”. Io vado.

Fight!
Prima sfida: King vs Xiaoyu.
Il primo incontro è contro una ragazzina cinese, a metà strada tra Jackie Chan e una studentessa con aspirazioni da giostraia. Anche l’ambientazione richiama quella di un luna park e questa cosa non mi ispira fiducia. Vuoi vedere che perdo tempo a fissare la giostra sullo sfondo e King viene sotterrato di colpi?

La ragazzina sa il fatto suo e si muove con una rapidità impressionante, non sostenibile da King. Una serie di finte, qualche calcio ben assestato ma la stamina del lottatore mascherato non si riduce. Allora inizio ad alternare calci e pugni, dimezzando la resistenza fisica della ragazza. Ormai ci ho preso gusto e inizio a premere combinazioni di tasti a caso. Non so bene cosa sto facendo ma il risultato mi piace. Saltano fuori una DDT rotante e una sorta di spappola-cervello sotto forma di suplex che raccontano qualcosa del background di King. Finisce il primo round, si passa al secondo. La tattica è semplice: calci allo stomaco, in sequenza. Ne bastano quattro. Xiaoyu viene spazzata via, King avanza al turno successivo.

Seconda sfida: King vs Jin.
Ora la faccenda si fa seria. Jin è cazzuto, questo me lo ricordo. Giovane, agile, esperto di arti marziali giapponesi. L’incontro avviene in un dojo giapponese con delle tigri disegnate sulle pareti. Nel primo round King parte all’attacco: combinazioni di calci e pugni. Jin non può far altro che subire gli attacchi e perde. Secondo round: la musica cambia. King regala calcioni alla testa ma Jin para i colpi e sorprende il messicano con una sequenza di calci e pugni che, uniti a una chiave articolare spezza-braccio, gli permettono di vincere il round.
Pareggio: terzo round per decretare il vincitore.

Jin parte subito a cannone con delle ginocchiate. King incassa e noto come il giapponese colpisca sempre con il ginocchio destro. Attimo di lucidità. So come si fanno i calci bassi, devo colpire lì. King inizia a far partire una smitragliata di calci bassi verso quel ginocchio. Jin si ribalta dopo l’ennesimo calcio, non fa in tempo a rialzarsi e King lo asfalta con un calcione fortissimo in testa. Jin finisce KO e probabilmente avrà dimenticato l’uso delle consonanti dopo il colpo. King passa al round successivo.

Terza sfida: King vs Eddy.
L’incontro avviene su un terreno erboso in Brasile. Vedendo Eddy, inizio a pensare che sia un Edgar Davids brasiliano con meno intensità e più passione per la capoeira. Questa passione è abbastanza fastidiosa e si riflette sulle continue finte del brasiliano durante il combattimento. Eddy balla e King risponde con una serie di calci in testa. Il brasiliano riesce ad infilare una combinazione di gomitate velocissime in mezzo al suo classico repertorio di finte e controfinte capoiresche. King però non ci sta e manda KO Eddy dopo due calci al petto in stile “questa è Sparta”. Si va al secondo round.

Non se ne può più dei balletti di Eddy. Dunque, King parte con dei calci in giravolta. Non una, non due ma almeno quattro volte. Il brasiliano cerca di parare i colpi e di assestare un paio di gomitate ma riceve subito dopo un altro calcione in pieno petto da parte di King. Come se non bastasse il calcione nemico della cassa toracica di Eddy, King fa piovere una serie di calci in faccia che intercettano Eddy nei suoi classici movimenti in stile capoeira per eludere gli attacchi del messicano. Eddy finisce KO, sbalzato a diversi metri di distanza e King avanza alla fase seguente.

Quarta sfida: King vs Nina.
Nina è letteralmente la metà di King dal punto di vista fisico ma dà quella sensazione di furbizia e scaltrezza di coloro che trovano sempre un modo per fregarti. Il luogo della sfida dovrebbe essere un laboratorio situato in Russia. A me sembra, invece, il piano superiore del parcheggio in cui avvenivano le gare di drifting in Fast and Furious: Tokyo Drift.

Il ritmo frenetico dei Minor Threat in sottofondo mi fa propendere per una strategia caratterizzata da attacchi rapidi, diretti, sporchi ma allo stesso tempo efficaci. Il problema è che anche Nina la pensa allo stesso modo. Una parte del primo round della sfida è caratterizzata da uno scambio di pugni tra i due. Nina decide per il pugno in salto, King para il colpo e – grazie alla mia impressionante capacità di far apparire sullo schermo delle combo casuali – decide di alternare calci bassi in giravolta e combinazioni di gomitate e pugni in faccia. Nina però non è qui a fare la postina di email e, quindi, consegna al lottatore mascherato un pacco contenente un pugno e un calcio (entrambi rivolti al viso) che fanno ribaltare in aria King. Quest’ultimo non vuole sottostare a questa fase di dominio e io nemmeno. Tasto per sparare calci (?) premuto come se non ci fosse un domani e Nina finisce KO. Finalmente.

Nel secondo round, evidentemente Nina risente dei colpi precedenti e non oppone una resistenza convinta. Basta un solo calcio della irlandese per far scatenare un diluvio di calci in testa di King. Nina nuovamente KO. King passa alla sfida successiva.

Il Re dei pugni di ferro… in faccia
Quinta sfida: King vs Yoshimitsu.
Non ho ancora capito cosa sia Yoshimitsu. Sembra un misto tra un demone e un guerriero giapponese con la spada. Nel dubbio, meglio non sottovalutarlo. L’ambientazione della sfida è abbastanza inquietante: una foresta ricca di verde e con una capanna di legno in mezzo agli alberi. Atmosfera inquietante per un avversario inquietante, sembra tutto molto logico.

Yoshimitsu parte subito fortissimo con una serie di calci rotanti che fanno volare in aria King. Entrambi finiscono nuovamente gambe all’aria dopo un calcio in contemporanea. King reagisce per primo con un calcio al fianco e una DDT rotante, ridicolizzando la stamina del guerriero demoniaco. Ed è qui che mi rendo conto di un aspetto fondamentale: mai sottovalutare l’avversario, in qualsiasi momento. Perché questo gioco è dispettoso e fa pagare a caro prezzo ogni errore. Pur con la resistenza fisica praticamente al minimo, Yoshimitsu riesce a mandare in orbita King con un calcio, per poi azzannare la preda con una combinazione impressionante di colpi rotanti, che fanno sembrare Yoshimitsu una trottola assetata di sangue. La situazione si è ribaltata: King finisce al tappeto, il demone giapponese vince il primo round.

Il secondo round è molto più violento e rapido di quello precedente. Per non lasciarsi fregare, la tattica giusta è quella di macinare Yoshimitsu a calci. Tattica vincente, dato che il giapponese riesce solamente a mettere a segno qualche attacco prima di finire KO. Pareggio. Si va al terzo e ultimo round.
King parte nuovamente alla grande: calci, pugni e una sorta di moonsault (per usare un termine affine al background del lottatore mascherato) che mandano a terra Yoshimitsu. Come scritto in precedenza, non bisogna sottovalutare l’avversario. Calcio basso di King mentre il guerriero nipponico si trova ancora a terra, colpo di un redivivo Yoshimitsu che viene parato dal messicano e trasformato in un’altra DDT rotante che manda al tappeto il giapponese. Però non è finita qui. Per niente. Non so come sia possibile ma Yoshimitsu riparte con i suoi attacchi in stile trottola inscalfibile e King viene sparato ad altezze incalcolabili. La stamina di King è quasi terminata e Yoshimitsu vuole dare il colpo finale con la sua spada. La forza della disperazione mi fa premere nuovamente dei tasti a casaccio. King evita il colpo e infligge un attacco atomico di calci in testa al guerriero, tanto da mandarlo KO nell’arco di cinque secondi. Non ho più i polpastrelli ma King avanza alla sfida successiva.

Per una persona non abituata a giocare a lungo con i videogiochi è pesante mantenere la concentrazione e la reattività. A maggior ragione se si tratta di sfide brevi ma intense come queste. Il cronometro del gioco segna a malapena 9 minuti totali ma sembra che io stia giocando da ore. Le dita stanno per alzare bandiera bianca ma la testa mi dice di andare avanti. Però, in sottofondo, ci sono i Black Flag che prendono in giro chi è davanti a uno schermo della tv tramite i versi contenuti in TV Party. Sono messaggi subliminali che mi invitano a smettere? Non ne ho idea. Nel dubbio, vado avanti, pur sapendo che rischio di perdere in ogni momento.

Sesta sfida: King vs Hwoarang.
Questo mi sta antipatico. Dovrebbe essere un giovane esperto di taekwondo proveniente dalla Corea del Sud ma è soprattutto il coreano meno somigliante a un coreano che io abbia mai visto. Sembra uno uscito da una boyband di quelli che “fanno musica” pop di qualità infima. Non bisogna però sottovalutarlo, bisogna demolirlo.
Si combatte in un dojo all’aperto con una pagoda sullo sfondo.
Ed è in questi momenti che mi rendo conto di come questo gioco sia stronzo. Non faccio in tempo a far partire un attacco che King viene sfinito con calci di ogni tipo dallo pseudocoreano. King è finito KO nell’arco di neanche 10 secondi. Nel secondo round Hwoarang riparte con i calci di estrazione taekwondista ma King riesce a reagire solamente con i classici calci al petto dal sapore spartano. Rozzi ma efficacissimi. Così tanto efficaci che ne bastano quattro per mandare KO quello uscito da una boyband. Si va al terzo round, l’ultimo.

La sfida è molto equilibrata. C’è un’alternanza di attacchi e di colpi parati, come se fosse una partita a scacchi. Però giocata da gente che non sa fare nemmeno le divisioni in colonna e si esprime a gesti o con dei disegni fatti male. Hwoarang cerca di colpire King con un attacco volante ma il messicano mascherato intercetta l’attacco e manda il coreano dal dentista con un pugno in faccia. Hwoarang si rifugia nel rifugio sicuro del taekwondo e risponde con una combo di striking variegato ma King lo allontana a suon di calci in testa. I calci in testa mi piacciono (forse è l’unica cosa che ho imparato veramente a fare in questo gioco) ma, preso dalla foga, schiaccio compulsivamente altri tasti. Potrebbe andare benissimo o finire a schifìo. Fortunatamente va benissimo. Combinazione di calci di King e, infine, un pugno al fegato che spegne definitivamente Hwoarang. Il percorso di King nel torneo continua.

Settima sfida: King vs Law.
Law è letteralmente la reincarnazione di Bruce Lee, si vede anche dal suo look. L’incontro si svolge nel dojo di arti marziali, situato presso il “Muro dei nove dragoni” (località realmente esistente in Cina).

Con un avversario del genere capisco che bisogna attaccare velocemente ma usando la testa e non facendo errori. Questo è un ragionamento sensato se fatto da chi sa cosa sta facendo durante una partita a Tekken 3, io non rientro in questa sfera di persone.
Law spara una sequenza velocissima di calci ma il potere dei tasti a caso permette a King di intercettarli e di ribaltarli in una serie ancora più pesante di calcioni in testa che renderebbero Law più simile a Stewie Griffin rispetto al leggendario Bruce Lee. King vince il round. Qui però faccio un errore. Forse sottovaluto il carattere vendicativo del gioco, forse è il vibe più scanzonato degli Operation Ivy che Spotify mi fa arrivare alle orecchie. C’è qualcosa di diverso, di più rilassato.

Law inizia il secondo round proponendo un variegato saggio di calci e pugni a una velocità improponibile anche per un videogioco. King subisce, prova a reagire ma viene sotterrato nuovamente da una raffica di pugni. Il lottatore messicano finisce KO. Pareggio: si va al terzo round.

C’è grande attesa e tanta paura di sbagliare. Un colpo King, un colpo Law. Quest’ultimo cambia marcia e assesta una combo di attacchi che dimezza la barra della stamina del giaguaro messicano. King restituisce pan per focaccia con un calcio fortissimo e una proiezione a terra spappola-cervello. Anche Law ha la resistenza fisica dimezzata. Situazione di stallo: entrambi parano e mandano a segno alcuni colpi. Si viaggia sul filo del rasoio. King va sul sicuro con la solita alternanza di calcioni che scombussolano ritmicamente la cassa toracica e la testa di Law. La reincarnazione pixellosa di Bruce Lee para alcuni di questi colpi e risponde con colpi rapidi e veloci che abbattono in maniera inesorabile le riserve energetiche di King.

Il messicano è quasi KO ma dal nulla tira fuori una forbice alla testa (una Frankensteiner per utilizzare una terminologia da esperti) che spedisce Law a distanza di qualche metro. Successivamente prova una presa di sottomissione alle gambe che però è meno efficace del previsto. Io, nel frattempo, non mi sento più i polpastrelli e sono più sotto pressione del water di un lottatore di sumo. Devo ragionare. Velocemente. Mi gioco tutto in un attacco: se sbaglio è finita per King e, dunque, anche per me. Mi allontano e poi attacco al momento giusto. Ok, ha senso come strategia. King aspetta che Law si rialzi per vedere come agisce.
Il lottatore mascherato carica il colpo per intercettare l’attacco avversario ma Law ha preso sul serio una pagina dal repertorio di Bruce Lee e parte con un calcione volante sul petto che sembra più un proiettile sparato a velocità insensata da un fucile di precisione. King finisce KO e atterra in Nepal per via dell’impatto. Game over.

Foto: arcade-museum.com

In quel momento, Spotify propone in maniera quasi beffarda I fought the law dei Clash. King ha combattuto contro Law ma quest’ultimo ha vinto. Dovevo immaginarmelo, non si può vincere senza sapere come si gioca. Tekken 3 accetta solamente videogiocatori esperti delle tecniche e devoti alla storia del gioco, oltre a giocatori che sacrificano le dita sull’altare delle strategie tipo “schiaccio tasti a caso freneticamente e magari riesco a vincere”. Ma per me non è bastata neanche la seconda opzione. “I fought Tekken 3 and Tekken 3 won”. (semi-cit.)

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