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Quando la metropoli diventa uno stato mentale: il caso di New York

Foto: Getty Images

La vita in una metropoli è particolare e richiede un tipo di atteggiamento mentale diverso da parte degli individui. La metropoli diventa uno stato mentale.
La metropoli modifica la percezione dello scorrere del tempo: tutto si muove in modo più veloce. O ci si adatta o ci si perde nella grandezza e nella frenesia della grande città.
Per sopravvivere bisogna riuscire a sfuggire agli scontri fisici e sociali e ad utilizzare le proprie conoscenze e capacità per evitare gli ostacoli della realtà urbana.
È il caso di metropoli come New York, in cui la città diventa un supporto per la narrazione e la strada si rivela essere uno strumento di comunicazione.

Negli ultimi 25 anni, in ambito musicale, due artisti sono riusciti a raccontare l’essenza di New York: Jay-Z e Nas. Questi due rapper hanno raccontato in maniera diversa come New York sia diventata uno stato mentale e non solo una metropoli.
Escludendo la canzone di Billy Joel, probabilmente queste sono le due canzone più iconiche ad avere come tematica centrale la vita frenetica nella Grande Mela, che richiede un altro modo di agire e di pensare.

Jay-Z (ft. Alicia Keys) – Empire State of Mind
La traccia viene pubblicata il 13 novembre 2009 come terzo singolo dell’undicesimo album di Jay-Z, The Blueprint 3.
Jay-Z, nativo di Brooklyn, decide di avvalersi della collaborazione di un’altra nativa di New York, Alicia Keys.

Il brano è probabilmente uno dei più rappresentativi nella rivoluzione che ha caratterizzato il rap a partire dagli anni ’90, divenendo un genere sempre più fruibile per tutti.
Il beat si sposa bene al testo, così come il contributo dato dalla fantastica voce di Alicia Keys.
Sulla tematica centrale di questo inno alla Grande Mela, Jay-Z ha affermato che a New York, con aspirazione e speranza, si può diventare qualcuno o qualcosa di più importante. Ma come in ogni altra metropoli, bisogna essere consapevoli che c’è sempre un lato negativo, la grandezza della città può inghiottire o corrompere le persone.
Per avere successo bisogna vivere con un altro stato mentale.

Foto: Vimeo

Nel brano Jay-Z passa in rassegna tutti i luoghi per lui più rappresentativi della città: dai luoghi in cui spacciava in gioventù tra poliziotti e dominicani, fino al Madison Square Garden o il Barclays Center in cui a bordocampo riceve i saluti degli atleti o i rimproveri degli arbitri in caso di sgambetto fortuito nei loro confronti.
Proprio come accade spesso a Spike Lee, altro simbolo di New York.

Per sottolineare la sua ascesa al successo, il sig. Carter cita Frank Sinatra in New York, New York: «If I can make it there, I can make it anywhere», come se volesse sottolineare le difficoltà che si incontrano in una città come New York: se si ha successo lì, si può avere successo ovunque perchè le difficoltà non saranno paragonabili.

Il ritornello cantato da Alicia Keys riassume nuovamente la metropoli in poche parole: una giungla di cemento, luogo di aspirazione e di fama, in cui le persone vengono ispirate dall’infinità di luci e dove i sogni diventano realtà ma vengono pure inventati.

Foto: Vimeo

Nella seconda strofa avviene la transizione dai luoghi iconici e conosciuti al lato più oscuro della Grande Mela. Dallo Yankee Stadium al crogiolo di etnie e di razze che vivono a New York. Dal suono iconico di Afrika Bambaataa – che rivoluzionò l’hip-hop – alle otto milioni di storie (una per ogni singolo abitante) che caratterizzano questa metropoli.
Tra chi ce l’ha fatta (come Jay-Z) e chi, invece, sprofonda o muore nei bassifondi.
Da chi gioca nel ghetto a dadi sul marciapiede alla parata del Labor Day, dalla Statua della Libertà alla tragedia del World Trade Center fino agli omaggi a Bob Marley e a Notorious B.I.G.

Nella terza strofa viene descritta l’opera di corruzione che la città esegue nei confronti della mente delle ragazze. Accecate dalle luci e dai riflettori della moda, le brave ragazze possono diventare cattive quando incontrano i primi problemi della vita nella metropoli newyorkese, facendosi corrompere dalle svariate tentazioni della Grande Mela.

Empire State of Mind è considerata una delle canzoni di maggior successo del rapper originario di Bedford-Stuyvesant, la prima a raggiungere la “Hot 100” di Billboard e a rimanere al primo posto in classifica per cinque settimane consecutive.

Nas – NY State of Mind
Ecco l’altro brano simbolo che racconta lo stato mentale di New York.
Prodotto da DJ Premier, è contenuto nel meraviglioso album Illmatic, pubblicato nel 1994. Si ispira a una canzone del 1990 di Kool G. Rap, Streets of New York.
La strumentale di Premier ci catapulta in un altro mondo. Il mix di piano e beat martellante creano l’atmosfera del brano: cupa e assillante, particolarmente adatta al contenuto della canzone.

Questa canzone è un capolavoro di storytelling e descrive benissimo la metà oscura di New York, in cui si vive in maniera diversa rispetto alla downtown frenetica e piena di luci. In cui bisogna evitare i pericoli e cercare di sopravvivere, usando il proprio talento ed entrando in un diverso stato mentale.

Per quanto riguarda l’inizio del brano, DJ Premier spiegò in un’intervista a XXL, cosa avvenne di preciso in quei momenti:
«Proprio all’inizio del disco, quando dice “Straight out the dungeons of rap, where fake niggas don’t make it back”. Poi c’è un po’ di silenzio, dove la musica sta crescendo d’intensità, senti Nas dire “Non so come iniziare questa merda.”
Lui (l’aveva appena scritto), stava cercando di capire come partire, quando entrare sul beat. Agito la mano nella stanza di controllo come per dire “Guardami, sto per contare.” Così, quando alza lo sguardo e mi vede contare, parte.
Ha fatto tutto il primo verso in un’unica ripresa e ricordo quando ha finito la prima strofa, si fermò e disse: “Suona bene?” E noi eravamo tutti come per dire “Oh mio Dio!”»

Così parte il viaggio. Tra riferimenti a Scarface e fantastiche metafore per descrivere la violenza nel quartiere. Come «Bullet holes left in my peepholes», in cui il buco della serratura rappresenta la certezza che non esiste una via d’uscita al caos che lo circonda. Ma è anche un bell’utilizzo di un omofono, in cui la parola “peepholes” suona esattamente come “peoples” e delinea come la violenza urbana abbia portato via anche persone a lui care, arrivando quindi a danneggiare la sua proprietà privata (il riferimento è alla porta di casa con la serratura piena di buchi di proiettile).

È particolarmente d’impatto la parte in cui descrive l’ambiente che lo circonda.
Un ambiente caratterizzato da bottiglie di liquori a basso prezzo, persone ubriache accasciate sulle scalinate, persone agli angoli delle strade che giocano d’azzardo con i dadi e tossicodipendenti che cercano di vendere amplificatori rotti per gli stereo per racimolare qualche soldo per comprare una nuova dose, presi in giro da Nas.

Foto: Time is Illmatic

Si passa poi al racconto degli interventi della polizia in contrasto alla vendita di droga nel ghetto: piccoli spacciatori che corrono per non farsi arrestare, scontri armati con gli agenti in cui l’unico modo per salvarsi è reagire al fuoco e uccidere qualche uomo in divisa.
In questi versi si raggiungono livelli elevatissimi di storytelling. Nas utilizza il flusso di coscienza per descrivere alcuni istanti da lui vissuti in prima persona durante un raid della polizia (nello specifico, della task force che combatte i crimini di strada come violenza, spaccio di droga e altre attività illegali).

«They caught us off guard, the Mac-10 was in the grass and
I ran like a cheetah with thoughts of an assassin
Pick the Mac up, told brothers, “Back up!” the Mac spit
Lead was hitting niggas one ran, I made him back flip
Heard a few chicks scream my arm shook, couldn’t look
Gave another squeeze heard it click yo, my shit is stuck
It wouldn’t shoot now I’m in danger
Pulled my shit back had three bullets caught up in the chamber
Now I’m runnin’ to the building lobby
And it was filled with children probably couldn’t see as high as I be
(So what you saying?)»

L’immagine è eloquente. La polizia coglie di sorpresa Nas e i suoi compari, il rapper cerca di recuperare la pistola lasciata sull’erba “correndo come un ghepardo con pensieri omicidi”. Raccolta l’arma, chiede rinforzo ai suoi. Primi spari di pistola. Corpi che volano all’indietro e ragazze che urlano per lo spavento. Il braccio trema per il rinculo della pistola e non può soffermarsi a guardarle.
Il vero problema in quei momenti è l’arma bloccata: non può più sparare.
E a Queensbridge, o spari o vieni sparato. È così che funziona.
In un attimo si rende conto del problema e nota tre proiettili rimasti in canna.
Entra nell’atrio di un palazzo e nota solamente bambini (innocenti o giovani criminali? Chissà…), che non notano quanto sia sotto effetto di sostanze stupefacenti in quel momento.

Foto: Time is Illmatic

Con “So what you saying” si interrompe il flusso di coscienza e Nas si avventura in una breve analisi della situazione. Rimane sconvolto dal fatto che i giovani facciano ricorso alla violenza per vanità e non perchè non hanno più risorse (come poteva accadere alla generazione di Nas). In queste parole abbiamo la conferma che i bambini incontrati nell’edificio, durante il racconto della storia, erano i criminali che stavano provando ad ucciderlo. Uccidi e sali nella gerarchia, evidentemente sono questi i processi della “catena alimentare”.
E continua a raccontare di come avvenga la guerra per il controllo di un angolo sul marciapiede su cui poter spacciare. O sei armato o sei spacciato perchè anche i ragazzini proveranno ad attaccarti, non più solo di notte ma anche di giorno, in quanto provvisti di armi, di coraggio e di strafottenza.
È particolare anche il ricorso a figure retoriche in questi versi come, ad esempio, l’alliterazione in «And claim some corners, crews without guns are goners».

Nei versi successivi si arriva al punto focale del brano. In questi ambienti la paranoia è sia un’arma che un problema, ti rovina l’esistenza ma ti tiene in vita.
Bisogna rimanere svegli e lucidi per evitare le spie e per non essere ucciso dai rivali.
«I never sleep, ‘cause sleep is the cousin of death.»

Probabilmente, questo è uno dei migliori versi mai creati nella storia del rap.
Questa iconica frase sintetizza lo stato mentale di New York, più precisamente, lo stato mentale con cui Nas è cresciuto e con cui ha vissuto nelle zone più disagiate della Grande Mela.

Ci sono diversi significati in questa frase. Il sonno è lo stato più vicino alla morte, è uno stato di coscienza inerte. Ma può essere anche considerato un sinonimo di “negligenza” o di “scarsa attenzione”. Nello slang americano, si usa “caught sleeping” per indicare uno spacciatore che viene derubato da altri criminali per mancanza di attenzione o perchè non è stato abbastanza vigile.
Dunque, Nas non dorme mai perchè il sonno potrebbe renderlo un bersaglio facile e, quindi, potrebbe portarlo alla morte.
Ma perchè tutto ciò delinea lo stato mentale di New York? Non è difficile arrivarci dopo aver colto questi dettagli.
Qual è uno dei soprannomi della Grande Mela? La “città che non dorme mai”.
Basta fare 1+1 e si arriva facilmente al perchè «I never sleep, ‘cause sleep is the cousin of death» rappresenti lo stato mentale di New York.

«Beyond the walls of intelligence, life is defined
I think of crime when I’m in a New York state of mind»

Per Nas, l’intelligenza limita la propria visione della vita. Ma “walls of intelligence” potrebbe anche significare che la vita difficoltosa del ghetto è limitata dal lavoro di intelligence condotto dalle forze dell’ordine, che sorvegliano i criminali limitandone il raggio d’azione.
Nas ha uno stato mentale differente rispetto a quello proposto da Jay-Z in Empire State of Mind. Non ci sono luci, grattacieli e fama ma violenza e criminalità.
Questa è la visione che Nas ha di New York.

Nella strofa successiva Nas, racconta di come il desiderio di diventare un gangster gli avesse aperto gli occhi su quanto i guadagni provenienti da attività illegali potessero renderlo al sicuro. Rimase fermo sul confine tra gli investimenti per diventare un vero gangster pieno di soldi e un piccolo spacciatore con una routine basata sulla vendita di crack agli angoli delle strade e dalle sparatorie con la polizia.
Nas sta illustrando la sua mentalità: non devi sfidarlo perché il suo ecosistema lo ha costretto ad essere duro sia fisicamente che mentalmente.

La frase “each block is like a maze full of black rats trapped” mostra come davvero si parli di uno stato mentale diverso. In quegli ambienti cupi e violenti, gli abitanti sono disumanizzati. Nelle case popolari le persone vengono messe assieme come se fossero topi e la società finisce per valutare le loro vite, considerandole importanti come quelle di parassiti. I neri divennero “topi di laboratorio”, in quanto furono tra i primi a diventare protagonisti degli esperimenti su nuove forme abitative condotte dagli ingegneri sociali.

Nas vorrebbe vivere una vita rilassata, abbandonado la criminalità per abbracciare una vita lussuosa nella legalità. Ma vivendo normalmente, ciò non lo si può fare senza sconfinare nell’illegalità. Lo svantaggio proveniente dal vivere in costruzioni popolari e nei ghetti non può permettere ai loro abitanti una vita nella legalità che possa garantirgli un minimo di prosperità. Per sopravvivere bisogna dunque rimanere paralleli all’inferno ma senza finirci dentro, avvicinarsi al confine tra paradiso e inferno senza superare quel limite, come spiega Nas.
La sua fortuna è stata quella di essere un anomalia nell’ambiente in cui ha vissuto.
“L’unica cosa giusta”, per lui, è essere nato col talento nel rappare; le sue capacità lo fanno persino dubitare di essere sano e gli hanno permesso di innalzare gli standard che allora caratterizzavano il rap. Le sue rime “vanno giù come una vitamina senza capsula”: sono più accessibili a un ascoltatore medio ma rimangono gradevoli anche per chi apprezza il lato più crudo della sua opera. La musica è stata la sua unica via di uscita dall’inferno del ghetto.

Foto: Danny Clinch

Nas conclude la strofa riferendosi al fatto che New York è “la città che non dorme mai” (ricollegandosi ai discorsi citati in precedenza). È il tipo di atmosfera pazza in cui Nas ha dovuto imparare il suo mestiere, arrangiandosi nelle strade per sopravvivere e per diventare un grande rapper.

Questo brano favoloso, tratto da uno dei migliori album mai realizzati, riassume al meglio le capacità di Nas di sputare versi ricchi di significato e liricamente ricercati, uniti a un livello di storytelling che raggiunge picchi elevatissimi.
Non è un’ode a New York, è una narrazione fatta di parole che si tramutano in immagini vivide di un ambiente violento e malsano, tutt’altra cosa rispetto al mondo raccontato da Jay-Z nella canzone citata in precedenza.

Per ricollegarsi al “If I can make it there, I can make it anywhere” di Jay-Z in Empire State of Mind, lo stato mentale di New York che Nas ha descritto in NY State of Mind non ha confronti con altre metropoli nel mondo. Non si può trovare una città simile in cui si mischiano in modo fluido stili di vita diversi, violenza, criminalità, lusso e fama.
Quelli di Jay-Z e di Nas sono due modi diversi per esprimere lo stato mentale di New York. Qual è il migliore tra i due?

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