Skip to content →

Norifumi Abe e la gara che lo rese l’idolo di Valentino Rossi

Foto: MotoGP.com

Norifumi Abe è il classico nome che potrebbe non dire molto a tante persone, soprattutto se si tratta di non appassionati di moto e di motorsport in generale. Tutt’altro discorso per quanto riguarda Valentino Rossi, tutti conoscono una leggenda del Motomondiale come lui. Ma Norifumi Abe non è Valentino. Non ha mai vinto un campionato mondiale, ha giusto vinto 3 gare nella classe 500 e la sua carriera ad alti livelli è durata circa 12 anni. Niente di paragonabile ai successi ottenuti dall’italiano in 27 anni di carriera. Dunque, cosa lega Norifumi Abe a Valentino Rossi? Qual è stato l’evento che ha fatto impazzire Valentino?

L’attesa
24 aprile 1994. Tavullia. Il sole non è ancora sorto ed è buio pesto. Valentino e il suo migliore amico Uccio sono seduti sul divano di fronte alla tv nel soggiorno a casa di sua mamma Stefania. Nonostante l’orario proibitivo sono in fermento, sono elettrizzati. E chi è che vuole dormire? C’è il Gran Premio del Giappone a Suzuka, classe 500. Per i fanatici delle moto e del Motomondiale è una delle corse da segnare sul calendario per tutta una serie di motivi. Le moto dell’epoca sono dei tori imbizzarriti di oltre 180 cv di potenza per circa 130 kg di peso. Motori a due tempi, bruschi, potenti, poco collaborativi. Nessun tipo di elettronica, nessuna rete di sicurezza in caso di errore. Basta un’apertura anticipata del gas o una frenata troppo ritardata e si viene sparati per aria. Letteralmente. Può essere un high side che fa percepire alle ossa del pilota la durezza dell’asfalto o il movimento innescato da una caduta che trasforma il pilota in un manichino che non riesce a smettere di rotolare all’impazzata sulla ghiaia di una via di fuga all’esterno del tracciato. Il risultato è il medesimo in entrambi i casi: un disastro.
È il polso del pilota a fare la differenza tra il finire la gara e scendere dalla moto con le proprie gambe o uscire dal circuito su una barella, nella migliore delle ipotesi, in caso di errore. Non erano mezzi che potevano essere portati al limite ogni volta, erano piuttosto loro a spingere al limite i piloti in ogni momento. Ma quando, invece, erano i piloti a portare questi mostri su ruote al loro limite, si arrivava al nirvana che profumava di carburante e che aveva in sottofondo l’assordante rombo di un due tempi.

Non erano però solo le moto a rendere quella corsa imperdibile, c’era anche il luogo, la pista. Eh, sì la pista. Un circuito non più presente nel calendario del Motomondiale in quanto troppo pericoloso ma tremendamente affascinante. Un tracciato vecchio stile, variegato, difficile, che non perdonava errori. Quasi sei chilometri di curvoni velocissimi, lunghi rettilinei, alcune grandi staccate e un disegno della pista molto originale. Correre in sella a quelle moto su un circuito del genere si trovava, in un’ideale autostrada, all’incrocio fra follia e passione.
L’altra particolarità della gara a Suzuka era la presenza delle famose wildcard. In alcune gare del campionato erano ammessi all’evento alcuni piloti che non partecipavano integralmente alla stagione ma solo a un unico appuntamento o a pochi altri. Spesso si trattava di giovani piloti locali che correvano per fare esperienza o collaudatori che ricevevano l’opportunità di mettersi in mostra nel gran premio di casa, come premio per il lavoro svolto per la propria azienda.

Solitamente erano piloti che si contendevano le ultime posizioni e che non gareggiavano ad armi pari con i piloti del Mondiale. Quando però si arrivava in Giappone la situazione si ribaltava. Soprattutto nella 125 e nella 250 le griglie venivano monopolizzate dai piloti giapponesi, il che significava che a giocarsi la vittoria c’erano pure le wildcard. Nella classe 500 c’erano chiaramente più difficoltà ad emergere e il numero di wildcard in gara era inferiore ma la qualità poteva essere più elevata. La quantità di esperienza richiesta per domare quelle belve su ruote non si sposava bene con l’avere una sola opportunità all’anno di correre in un campionato del mondo contro i migliori piloti ma la conoscenza del tracciato poteva compensare le lacune e, spesso, avvantaggiare i giapponesi. Dopotutto i piloti del Mondiale correvano una sola volta all’anno a Suzuka mentre le wildcard potevano correre lì almeno tre volte l’anno, senza contare i test. Era l’evento che durante l’anno poteva cambiare lo status quo del campionato in maniera imprevedibile.

“E chi è questo qui?”
Mancano pochi minuti alle 5 del mattino. Valentino e Uccio scrutano con attenzione i piloti posizionati sulla griglia di partenza in attesa del giro di ricognizione e ripassano lo schieramento prima del via. Davanti a tutti c’è Luca Cadalora con la Yamaha bianca e rossa numero 5 sponsorizzata “Marlboro”, poi ci sono due mostri sacri Mick Doohan con la Honda HRC numero 4 e Kevin Schwantz con la Suzuki “Lucky Strike” numero 1, di fianco a loro in prima fila c’è la prima wildcard giapponese: Toshihiko Honma, con la Yamaha numero 57. Non esattamente uno sconosciuto, dato che aveva corso anche gli anni precedenti, ma fa comunque strano vederlo in mezzo ai fenomeni. Subito dietro ci sono Puig con la Honda bianco e azzurra numero 17, Itoh con la Honda rossa numero 7 e poi c’è lui: Norifumi Abe.

Valentino aveva sempre avuto un occhio di riguardo per i piloti giapponesi. Erano diversi dagli europei, avevano moto con colori particolari, caschi fighissimi con grafiche impensabili per il Vecchio Continente. Sembravano provenire da un altro pianeta. Abe cattura l’attenzione del giovane Rossi perché si differenzia ancora di più rispetto agli altri suoi connazionali. Ha 18 anni, con quello sguardo misterioso e quei capelli lunghi e lisci che lo fanno somigliare un po’ a Goemon di Lupin. Anche la moto è particolare: una Honda rossa con i cerchi verdi, numero 56 e con uno sponsor buffo: “Mister Donut”. Inoltre, se uno al debutto nel campionato del mondo si qualifica settimo in griglia in sella a quel tipo di moto e su una pista così complicata, beh, allora dev’essere proprio bravo questo Norifumi Abe. Lo è veramente se si pensa che è davanti a gente che non va piano – per usare un eufemismo – come Barros, Kocinski e Crivillé.

Al via, Cadalora parte a cannone mentre alle sue spalle c’è chi parte a rilento come Schwantz, Doohan e chi, invece, ha un master in “false partenze”, anticipando la partenza di un quarto d’ora e ritrovandosi nelle prime posizioni alla prima curva nonostante una posizione in griglia non favorevole. Il cronometro e il polso destro dei piloti non mentono mai e nel giro di qualche giro si ristabiliscono le gerarchie dietro Cadalora. Nei primi quattro c’è anche Norifumi Abe e non sembra voler fare la comparsa nel duello che vede protagonisti Doohan e Schwantz. Qualunque giovane debuttante cercherebbe di rimanere tranquillo per non fare danni e così rovinare la gara di due che si giocano il campionato. Ma non Abe. Ha troppo coraggio e fiducia nei propri mezzi per non provarci. Con quello stile di guida molto pulito ma deciso, sembra guidare una moto di categorie inferiori per la facilità con cui pennella le curve e forza le staccate. Grazie a questa sua tenacia riesce ad infilarsi nel duello tra l’americano e l’australiano: sorpassi e contro-sorpassi che prendono a schiaffi le leggi della fisica, traiettorie inusuali e gas a manetta. Così si superano due fenomeni. Sono azioni che fanno pensare a Valentino e a Uccio (ma anche a Schwantz e Doohan) “ma chi è questo qui?”

“Pressione? La pressione si mette nei pneumatici”
Norifumi Abe, intanto, non si accontenta del secondo posto: lui vuole vincere. Cos’ha da perdere?
Supera Cadalora dopo essersi trasformato nella sua ombra per oltre mezzo giro. Gli oltre 70000 spettatori presenti sugli spalti a Suzuka sono in delirio, c’è un giapponese in testa al gran premio. In testa c’è Norifumi Abe. Valentino Rossi e Uccio non credono ai loro occhi, stanno vedendo qualcosa di mai visto prima. Schwantz però non si vuole far battere da un ragazzino al debutto e lo passa subito dopo. Abe è un maestro zen con la propensione al rischio di un kamikaze: prova a stare attaccato al campione del mondo ma rischia di stendersi nella curva successiva alla sezione serpentesca delle “esse” dopo il traguardo. Incredibilmente rimane in piedi, nonostante la moto volesse spedirlo in Corea del Sud. Tirano un sospiro di sollievo pure i membri dell’equipe medica presente al circuito che erano pronti all’intervento.

Doohan approfitta dell’errore e Norifumi si ritrova terzo. Non per molto: il giapponese supera nuovamente l’australiano all’inizio del giro successivo, alla prima curva che ormai è un po’ il soggiorno di casa Abe, visto quanto è a proprio agio nel far curvare la moto in quella prima piega a destra. “Norick” si lancia all’inseguimento di Schwantz, vuole il primo posto. Alla curva “Spoon” scrive il primo capitolo dell’opera “come si supera un campione del mondo a Suzuka” e prova a scappar via. Non è però una corsa già finita, il gruppo di testa è fin troppo compatto per non aspettarsi altre sorprese. Valentino e Uccio hanno cambiato 68 volte la loro posizione nel divano ed è tanto se non hanno iniziato a mangiarsi i cuscini per la bellezza di ciò che il segnale proveniente dal Giappone sta trasmettendo in diretta. A ogni staccata hanno il cuore in gola. Doohan supera Abe. Abe è superato da Schwantz. Schwantz supera Doohan. Abe è incalzato da Itoh. Stanno succedendo troppe cose. La pentola a pressione carica di azioni sorprendenti sta per esplodere.

Abe supera Doohan in staccata come se l’australiano stesse guidando un triciclo e si mette all’inseguimento di Kevin Schwantz, che è in testa e si è creato un piccolo margine di vantaggio. Mancano tre giri e Abe non si accontenta del secondo posto, vuole vincere. La sua moto si ribella, si mette di traverso, cerca un modo per spararlo in aria ma Norifumi è delicato come un chirurgo e riesce a farle fare quello che vuole lui. Rettilineo del traguardo: è a oltre un secondo e spinge come un dannato alla caccia dell’americano. Prima curva, conosciuta anche come il “soggiorno di casa Abe”. Rossi e Uccio sono praticamente incollati al televisore, vogliono vedere se questo ragazzino giapponese riesce nell’impresa di raggiungere il campione del mondo. Chissà, magari supera anche lui con un’altra manovra irreale e poi va a vincere.

Eccoci dentro il “soggiorno di casa Abe”. Nel soggiorno di casa propria chiunque si prenderebbe delle libertà, si può rischiare quando si è a proprio agio nella sicurezza di casa propria. Ma Norifumi non è sdraiato sul divano di casa come Valentino e Uccio, lui è in sella a una Honda da 180 cv che non ne può più delle sue prodezze. Lui non potrebbe rischiare ma lo fa. Entra nella prima curva a una velocità esagerata, troppo elevata per riuscire a curvare. La gomma anteriore della Honda sponsorizzata “Mister Donut” dice “basta”, si chiude l’anteriore e Norifumi Abe cade. Quando cadi a oltre 200 all’ora non puoi aspettarti di scivolare tranquillamente. Abe tira una mina colossale: inizia a rotolare sulla ghiaia come se si trovasse all’interno di una lavatrice con la centrifuga attivata mentre la sua moto si disintegra in migliaia di pezzi, distruggendosi contro le barriere. È finita. Il sogno di vincere una corsa magica scompare in un attimo.

La nascita di “Rossifumi”
Vince Schwantz, secondo Doohan, terzo Itoh. Il sole è sorto a Tavullia. Valentino Rossi è abbagliato non dai raggi solari che filtrano dalla finestra ma da quel ragazzino con i capelli lunghi che ha fatto impazzire i migliori piloti del mondo con la sua tenacia e con le sue manovre fuori dal mondo. Sempre con quello stile composto e delicato, come se stesse facendo la cosa più semplice del mondo e non andando vicino alla morte ogni 30 secondi. Chi se ne frega di chi ha vinto. Il vincitore morale è Norifumi Abe, colui che non ha fatto calcoli ma ha spinto al massimo dall’inizio alla fine, dalla settima posizione in griglia fino al volo nella ghiaia.

Ormai è deciso: Norifumi Abe sarà l’idolo di Valentino Rossi. Valentino registrerà quella gara su VHS e la riguarderà in continuazione per mesi, la mattina prima di andare a scuola, fino a consumare il nastro della cassetta e a renderla sostanzialmente non più fruibile. Non importa però, ogni frame è inciso nella mente di quel 15enne di Tavullia che studia per diventare pilota di moto da corsa, che ha ricevuto gli insegnamenti del padre e l’ispirazione di un giovane giapponese al debutto nel campionato delle moto serie, quelle velocissime e difficilissime da guidare. Ha appena capito come si può vincere e come si può perdere una corsa, il tutto dalla stessa persona nell’arco di nemmeno 40 minuti.
È così che nasce il primo soprannome di Valentino: “Rossifumi”. Soprannome che verrà portato in pista per anni sulla tuta e sul cupolino di Rossi. “Rossifumi” verrà in seguito sostituito da “The Doctor” come soprannome di riferimento per Valentino ma il primo nickname non verrà mai cancellato dalla sua mente e dal suo cuore.

Norifumi Abe otterrà la sua prima vittoria nella classe 500 due anni dopo, nel 1996, sempre a Suzuka. Poi altri due successi: uno a Rio nel 1999 e uno nuovamente a casa sua, a Suzuka, nel 2000.
Il 7 ottobre del 2007, a Kawasaki, Norifumi sta percorrendo l’autostrada a quattro corsie nei pressi della cittadina giapponese in sella al suo scooter quando un un camionista decide di fare un’improvvisa quanto sconsiderata “inversione a U”, tagliandogli la strada e facendolo passare ad altra dimensione all’età di 32 anni. L’anno successivo Valentino Rossi, profondamente scosso dalla notizia, dedicò al suo idolo la vittoria dell’ottavo titolo mondiale in carriera in Giappone, correndo con un suo adesivo sul casco.
Resterà nella memoria quella favolosa gara a Suzuka nel 1994 ma anche l’incontro tra Rossi e Abe nel 2005. I due non parlano bene l’inglese ed è sorprendente come riescano anche solo a comunicare, ma la gioia e il rispetto per l’altro è percepibile nei loro occhi.
Ah, è importante sottolinearlo, Valentino Rossi ha dichiarato di aver chiesto solamente un autografo durante la sua carriera. Non è difficile intuire di chi si tratti.

Published in Motorsport