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Joshi puroresu: persino le idol si massacrano a calci e suplex

Foto: Twitter/0511masaton

Il termine “joshi puroresu” non è facilissimo da decifrare a una prima occhiata. No, non si parla di Yoshi il dinosauro verde di Super Mario e neanche di uno dei svariati nomi d’arte del rapper Tormento.
“Joshi” significa “donna” in giapponese, mentre “puroresu”, secondo la sbalorditiva capacità giapponese di pronunciare i termini stranieri, significa “pro-wrestling”. Dunque, stiamo parlando del wrestling femminile giapponese. Ma perché farlo? Per trovare delle risposte a questa domanda, si può provare ad attraversare un ipotetico e traballante ponte di legno che attraversa due continenti, tracciando un parallelismo con l’attuale situazione del calcio femminile in Italia.

Cosa c’entrano wrestling femminile e calcio femminile?
Il calcio femminile in Italia è in costante crescita. L’avventura delle Azzurre nel Mondiale del 2019 è andata oltre le migliori aspettative ed è servita a migliorare il movimento. Sempre più squadre maschili si sono dotate di una propria squadra femminile, i brand e le tv hanno dato maggior spazio al campionato e si è aperta la strada verso il professionismo, aspetto che innalzerebbe considerevolmente il livello delle atlete e, di conseguenza, anche del torneo e della nazionale italiana. Nonostante ciò i problemi rimangono gli stessi di sempre e sono perlopiù di natura culturale. Il calcio femminile non è come il calcio maschile. Questo si sa.

Ci si rapporta al calcio femminile utilizzando gli standard maschili e, così facendo, risulta praticamente impossibile far sì che anche le atlete siano giudicate per ciò che realmente fanno e non per quello che “dovrebbero fare” (sempre usando il filtro del calcio giocato dagli uomini). Un’evoluzione culturale sarebbe necessaria per far sì che il movimento cresca bene dalle fondamenta e possa plasmare anche il gioco dal punto di vista tecnico e tattico. L’atletismo e la fisicità maschile non possono essere riproposti dalle atlete? Bene, si può anche giocare un calcio fatto principalmente di tecnica e movimenti. Anche altre squadre maschili l’hanno fatto e continuano a farlo.
Bisogna sfruttare ciò che si ha e bisogna farlo bene, dalle basi fino ai massimi livelli.

“Sì ma questo cosa c’entra col joshi? Apparentemente niente. Dopotutto stiamo paragonando uno sport con uno “sport-spettacolo” o “sport d’intrattenimento”. Ma c’è un aspetto che lega il joshi puroresu al calcio femminile: quest’ultimo dovrebbe avere la stessa dignità che ha il joshi in Giappone e nel resto del mondo. Esattamente. Il wrestling femminile giapponese non è paragonabile a quello maschile. È proprio un’altra cosa, nonostante il joshi prenda chiaramente spunto dal puroresu maschile. Questa affermazione parte da un concetto non scontato: il wrestling in Giappone non è lo stesso che siamo abituati a conoscere in Occidente. Nella terra del Sol Levante il puroresu assume i connotati di uno sport di combattimento per quanto riguarda la struttura narrativa degli incontri e delle storie, ma anche per il modo con cui viene raccontato dai media. Spesso gli atleti giapponesi hanno una formazione proveniente da altri sport di combattimento e sono noti per il loro stile stiff. Pur mantenendo la natura predeterminata del wrestling, i colpi vengono inflitti con vigore, cercando di dare più realismo possibile agli attacchi. Gli incontri sono più intensi e, soprattutto in passato, molto più pericolosi per l’incolumità degli atleti rispetto al wrestling occidentale. Tutto questo si nota con facilità durante i match, soprattutto se abituati a vedere gli incontri del wrestling americano mainstream.

La differenza tra “buoni” e “cattivi” non è così rilevante come, ad esempio, nel wrestling americano. Le storie si fondano su altri aspetti. Il puroresu è una sorta di specchio della società giapponese. La disciplina viene affrontata come se fosse uno sport in cui vince chi riesce a lottare con tenacia, perseveranza, con duro lavoro e superando ogni tipo di ostacolo, con orgoglio e fiducia nei propri mezzi. Il puroresu è la patria del cosiddetto “fighting spirit”, cioè la forza quasi ultraterrena che spinge l’uomo a combattere oltre i propri limiti e le proprie capacità. Il wrestling femminile giapponese prende a piene mani tutti questi elementi e li ricucina in una nuova ricetta, adattandoli alle possibilità fisiche delle atlete. Ma le lottatrici si approcciano alla disciplina nello stesso identico modo degli uomini, nessuna differenza. Questa caratteristica innalza la qualità delle atlete e del lottato a livelli difficilmente raggiungibili dal resto del mondo, proprio come accade per il puroresu maschile. È per questo che non si guarda al puroresu come se si stesse parlando di joshi e viceversa.

Alcuni cenni storici
Il puroresu arriva in Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sono anni difficili, di ricostruzione, in cui lo sport e l’arte sono gli unici aspetti che sono sopravvissuti, a modo loro, alla devastazione del conflitto. La diffusione non è stata istantanea, bisognerà aspettare fino al 1951 per certificare la popolarità del puroresu in Giappone, grazie al “padre della disciplina”: il leggendario Rikidozan. Sport e arte sono un ottimo veicolo per la diffusione di valori e di nuovi costumi nella società. Infatti, tra il 1948 e il 1953, nasce una compagnia che mette in scena spettacoli comici, con elementi che arrivano direttamente dal puroresu e che hanno come protagoniste le donne. In quel periodo nasce il joshi puroresu. La teatralità, l’azione, il rapporto col pubblico fanno sì che questo nuovo genere di spettacolo si diffonda sempre di più, anche grazie all’arrivo in Giappone di una wrestler già affermata negli Stati Uniti, Mildred Burke. Lei è una superstar ed è il traino che porta il joshi a un primo boom di popolarità. Ma ciò che per alcuni anni sembrò figo agli occhi dei giapponesi, crolla. Nel giro di pochi anni, la scena femminile si sgonfia progressivamente, passando dal riempire arene all’esibirsi all’interno di nightclub, piccoli edifici e, probabilmente, anche scantinati sporchi e un po’ puzzolenti. Cosa che nell’era moderna fa molto “vero punk” o “contesto indipendente” e può essere, a suo modo, bello ma in quegli anni era considerabile come una situazione abbastanza schifosa.

Ma le combattenti si rompono subito le balle di questo contesto un po’ underground. È la classica situazione da “o nuoti o affoghi”. E loro iniziano a nuotare, anche abbastanza forte. Nel 1968, grazie alla passione dei fratelli Matsunaga – i quali entrarono in contatto col wrestling femminile anni prima – nasce la prima e forse più importante federazione di joshi del XX secolo: la All Japan Women’s Pro Wrestling (AJW). A metà degli anni Settanta la AJW inizia ad essere trasmessa regolarmente in televisione, grazie anche alla presenza di Mach Fumiake, una wrestler che raggiunse alti livelli di popolarità nella AJW tanto che, nel giro di 2 anni, abbandonò il joshi per dedicarsi con successo alla carriera di attrice e di cantante. Lei divenne il prototipo della lottatrice giapponese di successo: l’equilibrio perfetto tra atleta e icona pop. La ricetta che prevede la presenza di giovani popstar che si esibiscono di fronte a grandi platee funziona e attira un sacco di pubblico nei palazzetti.

In quegli anni si fa un ulteriore passo importante nella crescita del joshi. Vengono reclutate svariate cantanti, attrici, ballerine e giovani atlete provenienti da altri sport e inserite nel primo dojo (sempre seguendo le linee guida della formazione dell’atleta e della persona, tipiche di tutte le arti marziali giapponesi) della AJW per essere formate come lottatrici dalle atlete più anziane, seguendo il classico concetto giapponese del senpai e kohai, cioè della figura più anziana che funge da “mentore” e di quella più giovane, l’allievo/a.

Ricapitolando: giovani atlete molto popolari nella cultura pop giapponese, atlete esperte e capaci, popolarità della disciplina alle stelle, grandi cornici di pubblico agli eventi e cosa manca? Le storie. L’elemento che tiene insieme tutto in un incontro di wrestling. E qui torna utile il rapporto con il wrestling femminile americano. Infatti vengono invitate altre atlete americane per interpretare il ruolo delle “cattivone straniere” contro le “beniamine di casa”. Tipologia narrativa semplice ma efficace, visto il conflitto mondiale di qualche decennio prima. Da metà anni Settanta a fine degli anni Ottanta si ha il picco massimo di popolarità del joshi. Lo scontro tra le “Crush Gals” (Chigusa Nagayo e Lioness Asuka) contro una fazione di nuove leve nel ruolo di cattive ha permesso alla AJW di tenere svariati milioni di spettatori incollati davanti alla tv, ispirando migliaia di giovane ragazzi a scegliere la strada del puroresu.

Ed è tra metà anni Ottanta e primi anni Novanta che avviene un cambio di paradigma. Il livello di popolarità della disciplina e delle atlete è al suo massimo e fisiologicamente non può crescere ulteriormente, si cerca quindi di formare al dojo prima le atlete rispetto ai personaggi. Nei primi anni Novanta diminuisce il numero di fan casual e cresce il numero di appassionati più esperti e accaniti. Arriva così il boom dal punto di vista tecnico e atletico. Seguendo gli standard maschili, il joshi propone atlete e incontri di inarrivabile qualità, andando persino ad eguagliare (e spesso superare) gli incontri tra uomini. Come sempre, ognuno a proprio modo. Nel puroresu gli atleti cercano di sbriciolarsi con proiezioni sul collo e con colpi da decapitazione istantanea? Le giovani atlete del joshi puroresu spingono l’asticella del pericolo e della creatività sempre più in alto. Ci sono attacchi volanti mai visti prima ad opera di una donna, prese di sottomissione al limite della tortura, suplex da salivazione azzerata e vengono persino inventate nuove mosse, riprese poi in seguito dai colleghi delle federazioni maschili.

Arrivati in cima alla vetta, subito dopo inizia la discesa. Vengono messi in scena gli incontri migliori, con le atlete migliori di sempre. Vengono persino organizzati degli show inter-promozionali completamente al femminile che portano oltre 40000 spettatori al leggendario Tokyo Dome. Le atlete vengono messe in classifica insieme agli uomini dagli esperti del settore, i loro match raggiungono valutazioni impensabili, difficilmente raggiungibili anche dai colleghi. Ma non basta. Bisogna andare oltre. Atlete come Megumi Kudo, Mayumi Ozaki, Combat Toyoda e tante altre arrivano persino a lottare in incontri estremi, seguendo la spinta rivoluzionaria proposta da alcune figure chiave del wrestling hardcore maschile giapponese. Nei primi anni Novanta, avvengono quindi i primi death match femminili, essenzialmente degli “incontri alla morte”. Il pensiero delle atlete era “gli uomini combattono in mezzo al filo spinato, al fuoco, agli oggetti contundenti e all’esplosivo? Possiamo farlo anche noi.” Il vero problema è che l’hanno fatto sul serio.

Tutte queste scelte hanno delle conseguenze. L’asticella del pericolo non soddisfa tutti e ormai non si ha più un prodotto mainstream che tiene incollata la gente agli schermi. La AJW cerca persino una collaborazione con la principale federazione di wrestling americana, la WWF, ma quella tipologia di lottato e di atlete non appassiona il pubblico abituato al wrestling portato sul ring dai giganti americani. Per i fan statunitensi le ragazze devono essere vestite con abiti succinti e al massimo possono fare le vallette dei wrestler. Nessuno vuole vedere queste ragazze giapponesi con look stranissimi e che combattono a cento all’ora, facendo migliaia di mosse pazze. Difatti, in America il sessismo la fa da padrone in quel periodo e questa situazione durerà per tantissimi anni, fino a qualche anno fa, periodo in cui vennero mandate in soffitta le “divas” (perlopiù modelle seminude e in abiti provocanti che ogni tanto si spacciavano per atlete capaci, escludendo alcune eccezioni) per proporre una tipologia di atlete più simili ai vecchi modelli del joshi degli anni d’oro e più contemporanee. Della serie “anche noi non giapponesi sappiamo lottare”.

Tornando al Giappone, ci furono diverse controversie che, unite ad altri fattori, portarono alla caduta del joshi dopo aver raggiunto il suo apogeo. Tra le motivazioni principali: l’età delle atlete e gli stipendi più bassi rispetto gli uomini. La AJW pretendeva atlete che non avessero più di 25 anni, questo per via dell’attrazione che potevano avere sul pubblico e anche a causa di uno stile intenso e spericolato che andava a consumare rapidamente il fisico delle protagoniste di quella compagnia. A questo aggiungiamo anche la volontà delle ragazze di mettere su famiglia raggiunta una certa età ed ecco il risultato: l’interesse per il joshi crolla di botto. Nei primi anni 2000, la AJW perde il suo monopolio e chiude i battenti, nascono una serie di piccole federazioni indipendenti e il joshi puroresu sparisce dalle televisioni e dalla cultura pop giapponese mainstream.

Gli anni ‘10: un nuovo inizio
Nel settembre del 2010 viene formata la World Wonder Ring Stardom (Stardom per gli amici e i conoscenti) da un anziano signore appassionato di lucha libre, Rossy Ogawa e da due ex lottatrici: Fuka e Nanae Takahashi. In questo decennio che va dai primi anni 2000 fino a metà degli anni ‘10, Stardom va a posizionarsi in quell’universo di federazioni che nascono dalla mente di ex atlete formatesi nei dojo della AJW e delle altre compagnie che si spartivano la scena giapponese negli anni Novanta. Si può affermare che la compagnia di Ogawa trova il connubio giusto per risaltare rispetto alle altre compagnie. Recupera elementi del passato come l’enfasi per l’aspetto estetico delle ragazze, unendola alla formazione di un dojo dove allenarle e farle diventare delle lottatrici capaci, grazie al lavoro di Fuka e Nanae Takahashi. Quindi abbiamo delle giovani ragazze che fidelizzano il pubblico grazie alla loro bellezza ritratta anche in shoot fotografici ma anche per via del loro stile di lottato che si basa su diversi stili di wrestling che si fondono con elementi presi dalle arti marziali miste e da altri sport da combattimento.

Questa ricetta funziona alla grande. Il ritorno all’unione di atlete e idol – sostanzialmente le adolescenti che lavorano nel mondo dell’intrattenimento come cantanti, attrici, modelle o personaggi televisivi, molto apprezzate dalla fascia più giovane (e non solo in alcuni casi) della popolazione giapponese che viene rapita dalla loro estetica “carina e aggraziata” – tipico dell’età d’oro del joshi è utile a offrire un prodotto che possa piacere sia ai fan più casual che a quelli hardcore. Stardom riesce persino nell’impresa di far scoprire nuovamente il joshi agli occidentali, per via della promozione degli eventi che strizza l’occhio ai canoni occidentali e al sito internet che, pur essendo in giapponese, risulta essere fruibile anche dagli stranieri grazie ai sottotitoli in inglese presenti durante i video.

Ma Stardom non funziona solo dal punto di vista del merchandising. Il suo dojo crea una generazione di atlete con una qualità media elevatissima, pescando da un sottobosco di idol, modelle e atlete provenienti da altri sport. Non è da sottovalutare nemmeno la presenza di atlete straniere che fanno dei tour per mettersi in mostra e sfruttano l’occasione per migliorarsi, confrontandosi con le migliori atlete al mondo. Da Stardom escono fuori atlete come Io Shirai e Kairi Hojo, che in seguito andranno a fare fortuna negli Stati Uniti, combattendo per la WWE.

Il meccanismo è ben oliato, c’è un ricambio continuo di lottatrici, tutte valide e apprezzabili dal pubblico. Inoltre, sono tutte giovanissime e questo, all’occhio di un occidentale, può risultare un po’ strano. Il wrestling in Giappone è ben inserito nella propria cultura ed è considerato, sostanzialmente, uno sport. Quindi non deve sembrare strana la presenza di bambine che vanno ancora a scuola nei dojo. Gli allenamenti fungono da attività sportiva e garantiscono crediti scolastici alle atlete del futuro. C’è chi sceglie la strada del joshi e chi abbandona per fare altro. Semplice, no?

Però non è tutto rose e fiori. Stardom cerca di recuperare il pubblico che è andato perduto con il crollo della “golden era” del joshi, creando un rapporto di fidelizzazione col pubblico. Le atlete guadagnano sul loro merchandising e quindi sono spinte sia a dare tutto sul ring, mettendo in scena incontri da urlo, ma anche a rapportarsi al meglio con i fan, in modo da spingerli a seguire ogni evento. E per una persona straniera è difficile non notare alcuni elementi che non convincono e un po’ infastidiscono. Basti vedere le lunghissime file di fan ai tavolini del merchandising delle atlete alla fine degli eventi. Niente di sessuale o di terribile, per carità. Però non è così apprezzabile l’idea di vedere orde di trentenni, quarantenni (e spesso anche più anziani) disposti in fila per fare delle foto con sedicenni, diciottenni e, in generale, giovani donne o anche solo per una stretta di mano oppure per consegnare loro dei regali, come segno di ringraziamento per lo spettacolo offerto sul ring.

Ma a Rossy Ogawa questo non importa, lui è un business man che deve generare profitti. Per cui, ben vengano i fan accaniti che presenziano a ogni show e rovesciano nelle casse della compagnia centinaia di yen per seguire le proprie atlete preferite. Solo che così facendo, la popolarità del joshi rischia di essere riservato solamente alla porzione maschile della popolazione giapponese. Eh sì, il 90/95% del pubblico agli show di Stardom è composto da uomini adulti. E fa effetto, dopo aver visto diversi incontri dagli anni Ottanta e Novanta fino ad oggi, notare come sia cambiato il pubblico nel passaggio da mainstream a prodotto di nicchia. Negli spettacoli degli anni d’oro si viaggiava sempre oltre le 20000 presenze nelle arene e la maggior parte del pubblico era composto da donne, dopo gli anni di buio la situazione si è completamente ribaltata ed è raro trovare della presenza femminile nei principali show di joshi (soprattutto in Stardom).

Grazie però all’acquisto di Stardom nell’ottobre del 2019 ad opera di Bushiroad – azienda d’intrattenimento proprietaria della New Japan Pro Wrestling, compagnia principale di puroresu e una delle più floride realtà nel wrestling mondiale – c’è il progetto non solo di far rinascere il joshi, inserendo nuovamente questa forma di puroresu nel contesto della cultura pop giapponese, ma anche di portare le donne agli show, cercando di ristabilire gli antichi fasti delle paladine del joshi che crearono una generazione di appassionate pronte a scegliere la strada del wrestling, seguendo le orme delle proprie eroine.

Foto: Flickr/Jan Havel

Le altre realtà
Non c’è solamente Stardom a comporre il sistema solare della nuova ondata di joshi nel XXI secolo. Per coloro che apprezzano le idol (nel caso, fatevi vedere da uno bravo) ed elementi comici che si fondono con atlete serissime, c’è la TJPW (compagnia “sorella” della federazione maschile DDT). Se non vi piacciono gli elementi comici ma volete solo vedere le idol (sul serio, sarebbe consigliabile una visita da uno psichiatra) e le popstar giapponesi che combattono su un ring con intermezzi musicali, c’è la Actwres girl’Z.

Per chi vuole vedere degli incontri più intensi e di alta qualità, sullo stile del vecchio joshi ma con elementi di intrattenimento contemporanei ci sono Sendai Girls, Marvelous, Oz Academy, Pure-J, Diana, Ice Ribbon e SEAdLINNNG (uno dei nomi più brutti mai creati prima per una compagnia di wrestling).

Infine, se non vi piacciono le cose convenzionali, c’è una compagnia thailandese piccolissima ma molto originale che opera in Giappone: la Gatoh Move. Spesso gli eventi di questa promozione si svolgono in una piccola stanza con solamente due finestre nei pressi della stazione di Ichigaya a Tokyo. Se vi piacciono gli incontri che sono un miscuglio di lotta al tappeto, elementi comici e tanta attenzione al significato e alla psicologia di ogni mossa (e che spesso vedono persino gli uomini in scena insieme a una varietà esagerata di atlete) questa è la compagnia per voi. Oh, poi combattono su un materassone gigante! Mica su quei banali ring come tutti gli altri.

Cosa aspettarsi sul ring
Non è facile approcciarsi a questo tipo di incontri per la prima volta. A seconda dell’epoca e della tipologia di joshi che si sta guardando, bisogna essere pronti a cambiare la propria percezione del wrestling femminile. Pur guardando degli incontri basati sul comedy, bisogna aspettarsi fluidità, velocità e tanta azione. Nel caso delle atlete ex-idol l’impressione è “sai che queste sembrano la versione giapponese delle Spice Girls sono brave a lottare?” ed è vero. Il passato potrebbe far storcere il naso però tutte hanno degli standard qualitativi elevati dal punto di vista tecnico. In altri casi bisogna aspettarsi incontri intensissimi, spesso violenti, che possono anche andare oltre i 30 minuti di durata. Incontri in cui ogni mossa sarebbe da ricovero immediato al pronto soccorso e in cui le ragazze non si fanno scrupoli a seguire i canoni del fighting spirit giapponese, continuando gli incontri nonostante i dolori, le abrasioni e le ferite derivanti dai colpi subìti.

Chi invece vuole vedere qualcosa solo per avere una percezione della bellezza delle ragazze coinvolte, deve rimuovere dalla mente l’idea di vedere le stesse scene con protagoniste le ragazze coinvolte negli show della WWE trasmessi per anni in Italia sui canali televisivi in chiaro. Quindi, a meno di feticismi particolari, non ritengo ci siano elementi vagamente sensuali da rintracciare. Per rispondere alla solita domanda in stile Gianni Giudici “un po’ di figa qua?” (cit.), la risposta difficilmente potrebbe essere positiva, per come la potremmo intendere noi.

Le principali protagoniste
Una breve ricerca di immagini e video su Google potrebbe regalare come risultati una sequenza di nomi sconosciuti ai più. Sono tantissime le atlete che si possono incontrare e il rischio di perdersi in questo oceano di nomi è elevato. Però, a forza di cercare e vedere filmati di incontri diversi, alcuni nomi si fanno ricorrenti e si inizia a percepire quali sono i nomi più interessanti del panorama del vecchio e del nuovo joshi.

Mayu Iwatani – Una ex NEET che trova nel wrestling una via di riscatto sociale. È attualmente una tra le migliori lottatrici del mondo ed è stata una delle poche giapponesi ad essersi esibita al Madison Square Garden di New York. È la stella principale e “icona” di Stardom.

Starlight Kid e Azumi – La prima atleta ha 18 anni e combatte mascherata da oltre 4 anni per salvaguardare la propria identità. La seconda ha oltre 6 anni di esperienza ma ha solamente 17 anni. Entrambe sono talentuosissime, pur andando ancora a scuola, hanno cominciato da piccolissime nel dojo. SLK è una macchina da marketing mentre AZM è più carismatica e ha un personaggio più interessante. Entrambe sono il futuro di Stardom.

Meiko Satomura – Una delle leggende del joshi. Un mostro di tecnica e di striking che si è affermata anche come allenatrice di molti talenti. È la dimostrazione vivente di come i limiti d’età (presenti in passato nella AJW) siano inutili. Combatte ancora (all’età di 40 anni) nella Sendai Girls, compagnia che ha fondato nel 2005.

Aja Kong – Altra leggenda dalla carriera più che trentennale. È letteralmente un monster truck. Fisicamente imponente, alla ricerca continua del dominio fisico sulle avversarie. Attualmente è una freelancer in giro per il mondo. Famosa per essere una delle poche lottatrici di etnia mista, caratteristica che le ha conferito un look iconico. Somiglia vagamente a una delle emoji lunari di Whatsapp.

Hana Kimura – Figlia d’arte (la madre, Kyoko Kimura, è stata una wrestler) e giovane talento che combatte in Stardom. È l’emblema del joshi di ultima generazione ed è un elogio al multitasking. È stata una ring girl agli show di MMA ed è anche una modella. Si tratta di un personaggio diverso rispetto ai canoni delle wrestler giapponesi, ha elementi di eccentricità e influenze globali che la rendono molto apprezzata anche dagli occidentali.

Miyu Yamashita – L’Asso della TJPW. Striker cazzutissima che pesta come un fabbro, anche per via del suo background da karateka. Sa mangiare il sushi senza usare le mani.

Bea Priestley – Una delle poche straniere (se non l’unica) ad avere un contratto a tempo pieno in Giappone. Ha fatto una scelta di vita, seguendo il suo ragazzo (che combatte anch’egli in Giappone nella NJPW) e trovando la sua nuova dimensione nella terra del Sol Levante. È uno degli esempi positivi della lenta risalita del joshi puroresu, che è tornato ad attirare anche atlete internazionali.

Jaguar Yokota – Una delle lottatrici più influenti della storia del joshi. Atleta di punta nell’età d’oro della disciplina e successivamente allenatrice di tantissime lottatrici. Ha inventato alcune mosse utilizzate poi in seguito anche dai wrestler di tutto il mondo. Continua a lottare ogni tanto all’età di 58 anni in giro per il Giappone.

Riho – Ha iniziato a combattere all’età di 9 anni (!!!) e oggi, all’età di 22 anni, combatte in Giappone (in Stardom) e negli USA (in AEW). È la classica beniamina del pubblico, molto agile e piena di risorse.

Yuka Sakazaki – È la “Ragazza magica”: ha una canzone d’ingresso che fa esplodere il cervello, ha dei pantaloni che sembrano rubati ad Aladdin, vola come un colibrì e in teoria voleva fare la comica. È la wrestler più frizzante e carica d’energia sulla faccia della Terra. Combatte negli USA (in AEW), in Giappone (in TJPW) e anche dove le capita in giro per il mondo.

Akira Hokuto – “La regina pericolosa”. Una delle leggende più toste e cazzute della storia del joshi. Si ruppe il collo durante un match al meglio delle tre cadute ma resistette fino alla fine dell’incontro.

Act Yasukawa – Da piccola sognava di essere una samurai ma a scuola veniva bullizzata per i suoi problemi di vista. La sua tenuta mentale vacillava e la sua salute cagionevole non dava un’ulteriore mano. Decide di percorrere la strada del joshi. Per proseguire la sua carriera nel wrestling decide di sacrificare la possibilità di diventare mamma. La sua carriera in Stardom si interrompe prematuramente per via di un violentissimo pestaggio ad opera di Yoshiko (le immagini sono cruente e sono sconsigliate ai più impressionabili) durante un match. Finirà in ospedale con una maschera di sangue al posto della faccia e con fratture allo zigomo, al setto nasale e alle ossa orbitali. Dopo il ritiro è diventata un’attrice e una ring announcer.

Maki Itoh – È una idol fallita. Ha avuto problemi con tutte le sue precedenti carriere, si reinventa nel mondo del joshi quasi per gioco. Il joshi diventa in seguito la sua professione. Non la migliore atleta dal punto di vista tecnico ma sicuramente la più popolare. Il suo è un personaggio tragicomico, sempre in equilibrio tra autoreferenzialità e narcisismo. Da qui la sua classica domanda urlata al pubblico durante gli incontri: “chi è la più carina?” Le sue capacità comiche la rendono adatta anche ai match comedy contro gli uomini.

Bull Nakano – Un carro armato con i capelli multicolore sparati in aria e un trucco inquietante sul volto. Fisicamente imponente e stranamente agile per la sua stazza. Altra iconica leggenda dell’età d’oro del joshi. Era propensa a cercare di decapitare le avversarie con i suoi colpi.

Tam Nakano – Altro emblema del multitasking della nuova era del joshi. Cantante, idol, modella, artista di arti marziali. Esempio di bellezza e atletismo che attira gran parte del pubblico giapponese. È una delle poche atlete tra le “nuove leve” ad avere più di 30 anni, è tra le veterane in Stardom. Bravissima nell’esprimere le emozioni e raccontare una storia durante gli incontri.
Ah, è stata anche un’artista di fuochi d’articifio e si è cimentata in passato in diversi death match. Mica male per una ex idol, eh?

Manami Toyota – Una delle migliori wrestler della storia, non solo del joshi. Probabilmente la migliore wrestler donna di sempre. Durante la sua carriera trentennale è stata considerata alla pari degli uomini e ha ottenuto il record di match valutati a cinque stelle dagli esperti internazionali del settore. Spericolata e innovatrice degli attacchi aerei. Atleta mostruosa che incredibilmente è sopravvissuta a 30 anni di rischi insensati sul ring.

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