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Guarda, mamma! Senza mani!

Foto: Fox Photos/Getty Images

Solitamente con la frase “Guarda, mamma! Senza mani!” si andava incontro a una sequenza di sventure. Si poteva andare dalla prenotazione di una visita dal dentista, a quella da un ortopedico o, qualora non ci fossero stati danni fisici, si finiva sicuramente in qualche disastro domestico. Passare da eroe a essere umano sbeffeggiato anche dai lavandini era una questione di secondi.
Dev’essere insita nell’uomo la tendenza a non usufruire degli arti superiori per svolgere alcune azioni che verrebbero centomila volte più comode con l’ausilio di braccia e mani. Il mangiare si trova in questa macroarea di azioni. Che sia per noia, per eccessiva predisposizione al multitasking o per vantarsi con amici e parenti, in tantissimi hanno affinato questa tecnica. C’è persino chi l’ha resa una sfida. E si tratta di una questione culturale: luoghi diversi, persone diverse e, di conseguenza, approcci diversi. L’obiettivo finale è però il medesimo per tutti: riuscire ad ingurgitare del cibo senza usare le mani.

Occidente: USA. Dwight Howard. Cibo: cookie
Il primo caso di studio: Dwight Howard. Centro di quasi 2.10 m d’altezza per 120 kg, attualmente ai Los Angeles Lakers (all’epoca agli Orlando Magic). Classico esempio di atleta che avrebbe potuto ottenere molto di più in NBA se avesse avuto la mentalità giusta per dominare al pari di altri fenomeni della palla a spicchi.

Marzo 2012. Non è un periodo facilissimo per il buon Dwight, vuole andar via da Orlando ed è svogliato. L’impegno durante le partite è nettamente inferiore alla dedizione che dimostra di avere per le imitazioni in diretta TV del suo allenatore Stan Van Gundy o per semplici sfide che non c’entrano nulla col basket. Il destino vuole che – durante una delle partite dei Magic in cui il miglior complimento pronunciato ai suoi giocatori da Van Gundy è “state giocando un basket orribile” – venga trasmessa una “Cookie challenge” con il buon Dwight come partecipante.

60 secondi a disposizione per Mr. Howard: deve riuscire a mangiare il biscotto, facendolo scendere dalla sua fronte alla bocca senza usare le mani prima che scada il tempo. Altro che lavoro in post basso, rimbalzi e schiacciate! È questa sfida ad essere il momento in cui questo sorridente “bambinone” (che è l’essere umano più somigliante a un faraglione) deve concentrare il 100% delle proprie energie fisiche e nervose.

Innanzitutto, bisogna tener conto di come la forma schiacciata del cookie si adatti bene a rimanere immobile su una superficie liscia come la fronte di Howard ma queste caratteristiche saltano in aria col tritolo se Dwight, come nella prova, si trova in piedi con la fronte praticamente perpendicolare al suolo. In questo caso il biscotto dev’essere controllato dai movimenti facciali dell’atleta. La strategia è quella giusta: far scendere il cookie verso la zona del naso, inclinando leggermente la testa all’indietro per poi fare in modo che si adagi sull’occhio sinistro, rimanendo in posizione grazie all’ausilio della narice sinistra e della guancia. Ora arriva il difficile. Howard inclina ulteriormente la testa verso destra e cerca di far convergere il biscotto dalla sinistra al centro, verso la bocca. Ma non è per niente facile senza far volare il cibo nel vuoto. Dwight ci va vicino per ben due volte ma pecca di fluidità nel passaggio tra guancia e labbra. Transizione troppo brusca per evitare al biscotto di sbriciolarsi al suolo dopo un volo nel vuoto di poco meno di due metri. Nel secondo tentativo è la fretta ad impedire all’atleta proveniente da Atlanta di ottenere il suo obiettivo. Il movimento della testa per aggiustare la posizione del cookie è troppo frettoloso, quest’ultimo rotola via per una seconda volta dalla faccia di Howard. Lui la prende sul ridere, gli addetti alle pulizie un po’ meno.

Terzo tentativo: mancano 21 secondi. Dwight riprova con la sua solita strategia ma dimostra di avere maggiore attenzione al passaggio del biscotto nella zona tra guancia e bocca. Addirittura apre la bocca, cercando di allungare la superficie “calpestabile” per evitare sobbalzi all’ammasso di burro e scaglie di cioccolato che si sta muovendo sulla sua faccia. All’improvviso il colpo di genio. Il signor Howard è concentrato come mai prima d’ora. È lucido come il pilota di un caccia militare che sfreccia a 1500 all’ora e ha il pieno controllo del suo corpo. In una frazione di secondo muove contemporaneamente guancia e punta della lingua per depositare il cookie in una zona sicura e, come un drago di Komodo, afferra la sua preda per inghiottirla. Tutto questo in circa 21 secondi. 21 secondi in cui Dwight Howard sembrava fosse inizialmente in preda agli incubi durante il sonno e in cui, solo alla fine, quelle smorfie si sono tramutate in un raggiante sorriso. Questa è la sua vera giocata decisiva allo scadere di una sfida importante. Ecco, ne avesse fatta qualcuna anche in campo da quel periodo in poi non sarebbe stato male per la sua carriera.

Oriente: Giappone. Miyu Yamashita. Cibo: sushi
Seconda protagonista, dalla terra del Sol Levante: Miyu Yamashita. Miyu è una wrestler giapponese con un passato da karateka. Fisicamente è la metà di Howard ma in quanto a impegno e dedizione è avanti anni luce rispetto all’atleta americano. Che si tratti di livellare le avversarie al suolo con calci e striking di vario tipo o di mangiare del sushi senza mani, è certo che Ms. Yamashita si impegnerà al 100% per vincere. Glielo si legge in faccia.

Maggio 2019. Su Abema TV va in onda “TheNIGHT”, programma che vede ospiti gli atleti della federazione di wrestling DDT e le atlete della compagnia femminile “sorella”, la TJPW. Anche una professionista seria come Miyu si fa trascinare dentro un programma scanzonato come questo, fatto di urla continue e scritte in sovrimpressione di una bruttezza imbarazzante. La barriera linguistica è tale da non permettere di comprendere bene quali siano le regole e la struttura della sfida. Non sembra esserci un tempo limite entro il quale mangiare il sushi ma diamo per scontato che si debba farlo nel modo più rapido possibile. Due cose sono chiare e differenti rispetto alla precedente sfida con protagonista Dwight Howard. La sfida avviene da sdraiati e non si tratta più di ingurgitare un solo pezzo di cibo ma due pezzi, in questo caso due pezzi di sushi delicatamente posizionati sugli occhi (spesso i giapponesi sanno essere proprio dei birbanti).

In teoria la sfida doveva essere un “uno contro uno” contro la collega ed avversaria Maki Itoh. Ci soffermeremo unicamente sulla performance di Miyu perché quella di Maki ridefinisce i concetti di “delusione“ e di “disagio”, con entrambi i pezzi di sushi finiti al suolo e una sequenza di espressioni facciali inspiegabili che potrebbero comporre un album fotografico compromettente per la signorina Itoh.

Miyu non si lascia deconcentrare da ciò che è appena accaduto all’avversaria. È concentrata sul suo obiettivo. È programmata per raggiungerlo senza esitazioni e non importa il modo, lei vuole solamente catturare quei pezzi di sushi nel minor tempo possibile. La procedura è la seguente: concorrente sdraiata a terra, l’omino mascherato posiziona i due pezzi di sushi sugli occhi (chiusi, chiaramente) e si parte.
Miyu cerca di estraniarsi dal casino che la circonda in quei momenti. Respira profondamente e sente il peso di quei pezzi di cibo sulle palpebre. Le urla delle altre persone servono quasi a spingerla a partire, a motivarla ma contemporaneamente anche ad infastidirla, a deconcentrarla.

Yamashita inizia la sfida usando la tattica del movimento simultaneo di palpebre e muscoli della bocca per mettere in movimento i pezzi di cibo. Un pezzo di sushi decide di farla finita e termina la sua corsa sul pavimento, pur essendo andato vicino a finire nei pressi delle labbra dell’atleta. L’altro pezzo, incredibilmente, rimane sul volto della giapponese, nonostante tutto. Miyu lo vede, sa cosa sta facendo. Ed è una questione di attimi. Il radar del cervello capta l’obiettivo e processa le informazioni, informazioni che si trasformano immediatamente in movimenti. Movimenti giusti, stavolta. La giapponese inclina di qualche grado la testa verso destra, il naso funge da stabilizzatore mentre tra la guancia e le labbra si sta materializzando un ideale scivolo su cui far rotolare il pezzo di sushi superstite. Il pezzo rotola e in neanche un secondo termina la sua corsa nelle fauci della nipponica. Neanche 5 secondi! Sorprendentemente Miyu ce l’ha fatta e la sua reazione di genuina sorpresa descrive la difficoltà della sfida. Sorpresa che si tramuta immediatamente in sicumera perché la signorina Yamashita è così, è sicura di sé e non c’è nessun’altra persona che la possa sorprendere o sconfiggere, se non lei stessa. La faccia è quella da “sì, sono stata brava ma è stato facile, posso fare di meglio”. (Intanto le urla e le esultanze si fanno fin troppo fastidiose per chi scrive, meglio chiudere il video al più presto).

È una questione globale
Chiaramente esistono centinaia di esempi più o meno famosi di gente che si sfida a mangiare del cibo senza mani sotto l’occhio di una telecamera ed è sempre interessante notare le differenze tra gli approcci. È inutile girarci intorno, come scritto precedentemente, è sempre una questione culturale. La cultura delinea chi siamo, cosa facciamo e come lo facciamo. Possiamo essere diversi tra le diverse parti del mondo ma spesso l’obiettivo è lo stesso per tutti. È così anche in questo caso, magari è il modo con cui si arriva che frega. Pensi all’Occidente e vengono in mente le persone che si sporcano in maniera irripetibile nel divorare delle angurie, fingendo che le mani non esistano. Pensi, invece, all’Oriente e hai in testa l’immagine del Bite the bun di Takeshi’s Castle, prova che vedeva i concorrenti – costretti all’interno di sacchi o ciambelle di salvataggio – avventarsi su dei panini appesi nel tentativo di catturarli con la bocca. Quest’ultima immagine è abbastanza disgustosa se si pensa alla quantità di concorrenti che si contendono lo stesso panino, spesso senza riuscire a prenderlo al primo tentativo (un grande abbraccio agli schizzinosi e agli amanti dell’igiene).

Dunque, dopo aver visto ed analizzato queste performance, è possibile stabilire cosa sia meglio? Meglio lo stile occidentale o quello orientale? Chi ha vinto e chi ha perso? Ha vinto la fame o lo sporco? Io non saprei decidere.

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