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Come si giocava a basket negli anni ‘30?

Foto: NCAA Photos/Getty Images

Negli anni ‘30 si giocava a basket in modo parecchio diverso rispetto a ora. Può sembrare un’affermazione che trasuda banalità ma non è così scontata come cosa. Paragonando certe immagini a quelle odierne sembra di assistere a due sport diversi ma, dato che la storia è ciclica, ci sono elementi di continuità che tornano nel corso del processo evolutivo del gioco.

Guardando, ad esempio, le partite dell’attuale NBA sembra che tutto vada più veloce e che il campo sia stia rimpicciolendo progressivamente. Il motivo è uno solo: sul parquet ci sono dei superuomini a giocare. Gli atleti coprono la lunghezza del campo in pochi secondi, sono sempre più grossi, veloci e potenti. In meno di 10 secondi si possono vedere terremoti da 7.2 della scala Richter sotto forma di schiacciata e stoppate che mandano la palla fuori dal palazzetto, in base a chi attacca e chi difende.

E dato che gli spazi si restringono, negli ultimi anni si è gradualmente cercato di tirare da più lontano possibile. Ormai il tiro dalla media distanza è stato cancellato dalle percentuali sempre più elevate dei tiri da 3 punti, addirittura spingendosi ad allontanarsi dalla linea del tiro da 3, avvicinandosi maggiormente alla metà campo. Più possibilità di segnare e 3 punti invece che 2, ha senso. O no? Dunque, anche i difensori si regolano di conseguenza, spingendo gli allenatori a trovare alternative sia in fase difensiva che offensiva.
La concezione del gioco è però rimasta invariata negli anni, dai primi prototipi di pallacanestro partoriti dalla mente di Naismith nel 1891, passando al basket degli anni ’30 fino a quello di oggi.

Foto: NBA.com

Un’altra era
Le immagini risalenti al basket degli anni ‘30 non sono tantissime ma sono abbastanza eloquenti. Le azioni provengono da New York College contro University of Oregon, partita disputata al Madison Square Garden di New York nel 1939.

Le prima cosa che salta all’occhio – oltre all’estetica dei giocatori – è la mancanza della linea del tiro da tre punti. Infatti, questa verrà introdotta in NBA solamente dalla stagione 1979-1980, mentre il tiro da tre punti venne introdotto ufficialmente per la prima volta nel basket nel 1961. Ma questo non scoraggiava gli atleti degli anni ‘30 dal provare mirabolanti tiri dalla distanza.

L’altro aspetto interessante è la gestione del pallone, legata al dribbling. I giocatori si muovono in palleggio come Stanley di The Office US perché non potevano gestire il pallone come siamo abituati a vedere oggi. Il dribbling poteva essere effettuato solamente con la mano posta sopra la palla e non “accompagnandola” ai lati. Nessun crossover in stile Iverson e nessun comodo cambio di mano in palleggio. Inoltre il pallone era totalmente diverso, in quanto anche la tecnologia ha fatto dei passi avanti negli anni. Quindi gli atleti dovevano correre schiaffeggiando una palla più pesante e meno rimbalzante rispetto al pallone da basket classico.

Altra caratteristica che salta subito all’occhio: il tiro. Dimenticate tutto ciò che avete visto e imparato sulla classica meccanica di tiro nel basket. Mano preferita sopra la palla; il contatto deve avvenire con i polpastrelli e non con il palmo della mano; l’altra mano serve ad indirizzare il tiro, tenendo in posizione il pallone; si “spezza” il polso per dare rotazione nel rilascio della palla dai polpastrelli ed ecco un normale tiro da tipico giocatore di basket. Negli anni ‘30 il basket non richiedeva tiri del genere. Gli atleti se ne sbattevano e tiravano in maniera totalmente diversa e, vedendola con gli occhi di oggi, abbastanza ridicola. Però la fluidità e la leggiadria con cui rilasciano la palla fanno cadere la mascella per terra. Non sembra che la palla possa finire nel canestro e invece ci finisce. E anche spesso.

La meccanica di tiro di quegli anni sembra una via di mezzo tra il tipico passaggio a due mani dal petto di stampo cestistico e il passaggio in orizzontale tipico del rugby. Il pallone viene cinto ai lati ai lati con entrambe le mani e rilasciato dal petto verso l’alto, imprimendo alla sfera una rotazione all’indietro. Un po’ come farebbe chiunque provasse a tirare un pallone da basket senza conoscere la maniera corretta per farlo.

A volte ritornano
Vedendo queste immagini non è difficile ritrovare elementi poi ripresi in seguito dal basket dell’era moderna. Ci sono elementi tecnici essenziali che non conoscono l’oblio e se si chiamano “fondamentali” ci sarà un motivo. In un basket arcaico, in cui non c’era l’atletismo e la fisicità di oggi, i fondamentali erano la base su cui si reggeva il gioco. Passare e ricevere bene il pallone, sapersi smarcare, saper palleggiare in corsa, saper fare dei movimenti utili in attacco e in difesa, saper tirare e difendere. Tutto ciò era necessario per riuscire a giocare in quegli anni. Ma non sono solamente i fondamentali tecnici ad essere importanti, lo sono anche quelli di squadra. Si gioca con e per i compagni. La palla si muove velocemente così come i giocatori, tutto in funzione di un tiro più facile da realizzare.

Questi elementi però non sono andati perduti, anzi. Sono stati ripresi negli anni e perfezionati a seconda del momento nel percorso evolutivo del basket. Non c’è bisogno di tornare agli anni ‘80, al tempo dei Lakers dello “Showtime” di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, ci sono esempi anche negli anni ‘10.

I San Antonio Spurs, guidati da Gregg Popovich, campioni NBA nel 2014 sono un ottimo esempio di basket tradizionale che riprende concetti degli albori del gioco e li mescola in uno stile dal fascino vintage ma che ha il sapore della modernità. Palla e giocatori in continuo movimento, sempre alla ricerca dell’uomo meglio posizionato per prendere un tiro ad alta percentuale di realizzazione. In attacco e in difesa tutti sembrano uniti da un filo invisibile. Nessuno è egoista, l’altruismo regna sovrano.

L’altra squadra che a modo suo ha proposto in questi anni un basket fondato sui fondamentali di squadra è stata quella guidata da Steve Kerr, i Golden State Warriors. In questo caso la questione si fa interessante perché non somiglia tanto agli Spurs di Popovich come tipologia di squadra. I Warriors estremizzano tutto. Nel periodo vincente hanno schierato sempre realizzatori fenomenali e hanno messo queste ottime individualità al centro di un sistema di squadra. Tutti giocano per l’altro, tutti guardano cosa fa l’altro.

Ma questo non si riduce a prendere un tiro ad alta percentuale a un metro dal canestro. Significa mettere in condizione ogni componente della squadra di potersi esprimere in libertà, in attacco e in difesa. Ed è per questo che i Warriors attaccano in maniera variegata e imprevedibile. Grandinate di tiri da tre, schiacciate, contropiedi supersonici e tiri da metà campo. Marchi lui? C’è sempre l’altro libero. E cosi via. Il compianto Kobe Bryant spiegò alla grande la grandezza della “democrazia dorata” dei Warriors.

Elementi contemporanei negli anni ‘30
Ma vedendo le immagini d’epoca, si possono notare elementi che potrebbero essere attuali. Pur non esistendo la linea del tiro da 3 punti, gli atleti tiravano comunque da lontano con la loro allucinante meccanica di tiro. Anche in quegli anni i rimbalzi difensivi e offensivi erano fondamentali e i giocatori lo sapevano, andando a rischiare la salute per catturare i palloni vaganti sotto canestro dopo un tiro sbagliato. L’atletismo e l’intensità nelle partite era abbastanza sorprendente per ciò che potremmo immaginarmi. Quasi paragonabile in proporzione a ciò a cui siamo abituati oggi con l’NBA.

I tagli e, in generale, tutti i movimenti sono molto fluidi e utili a rovinare la strategia difensiva avversaria (aspetto che verrà poi migliorato negli anni con la comparsa di playbook sconfinati, composti da centinaia di schemi difensivi e offensivi). E non mancavano nemmeno le giocate spettacolari, come tiri in gancio e assist ricercati.

Ok, forse è colpa delle immagini velocizzate in bianco e nero che non danno un’idea chiarissima di cosa accade realmente sul campo ma, escludendo i tiri e i dribbling, la sensazione è che non si giocasse così male a basket negli anni ‘30.

Published in Basket