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10 videoclip che dovresti vedere

Foto: WhatTheKpop

Sin da quando la televisione è diventata un fenomeno di massa, la musica si è sempre più legata alla componente visiva dei videoclip. Ma è soprattutto a partire dagli anni ‘90 che i videoclip diventano una componente di marketing fondamentale, grazie soprattutto all’ascesa dell’emittente televisiva MTV.
Con il progressivo declino del medium televisivo i videoclip si spostano rapidamente sul web e diventano ancora più influenti nel determinare il successo o il fallimento di brani e carriere.

Qui vi propongo dieci videoclip che potreste non conoscere e che a mio avviso meritano una visione. Non si tratta di una classifica, anche perché ho cercato di selezionare videoclip quanto più possibile diversi tra loro.
Non ho preso in considerazione videoclip eccessivamente famosi che probabilmente conoscete già, quindi non aspettatevi di trovare “Thriller” o “This is America” tra questi consigli.

Ma ora bando alle ciance, preparate i popcorn e godetevi la visione.

Steven Wilson – The Raven that Refused to Sing (diretto da Jess Cope)

Il primo videoclip che vi consiglio è quello diretto da Jess Cope per la canzone di Steven Wilson “The Raven that Refused to Sing”, tratta dall’omonimo album.
Quello messo in scena da Cope è un vero e proprio cortometraggio in stop-motion, con solo alcuni effetti aggiunti in digitale.

Il protagonista del video è un anziano che non è mai riuscito a superare il trauma della morte della sorella, avvenuta quando entrambi erano ancora bambini.
Vedendo un corvo riposare sulla lapide della sorella si convince che ne sia la reincarnazione e lo cattura. Secondo alcune tradizioni i corvi sono infatti considerati un tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
L’anziano continua però a essere attanagliato dal dubbio a dal terrore della morte, ormai per lui prossima. Per trovare pace tenta di forzare il corvo a cantare per lui, così come un tempo faceva sua sorella. Il corvo in cattività si rifiuta di cantare, mentre le tenebre della morte incombono. L’uomo in preda alla rabbia scuote la gabbia, ferendo l’animale.
Circondato dalle tenebre l’anziano si pente e libera il corvo che lo conduce nel regno dei defunti, dove incontra la sorella e si libera delle proprie paure.
Ora può vivere serenamente il crepuscolo della sua vita.

Extra: Jess Cope ha realizzato un altro videoclip per Wilson, “Drive Home”, anch’esso realizzato in stop-motion e ispiratore del videogame italiano “Last Day of June”.

Rob Zombie – Living Dead Girl (diretto da Rob Zombie)

Il prossimo videoclip che vi consiglio è diretto e interpretato dall’autore stesso del brano che accompagna, Rob Zombie.
L’ecclettico artista statunitense non ha mai nascosto che il suo amore per il cinema sia superiore persino a quello per la musica, cosa che lo ha portato a divenire regista di film horror cult come “La casa dei mille corpi” e “Le streghe di Salem”.

Con il videoclip di “Living Dead Girl”, Zombie va a omaggiare una delle correnti cinematografiche che più lo hanno influenzato, l’espressionismo tedesco e, in particolare, il film “Il gabinetto del dottor Caligari”.
Dagli effetti visivi che imitano le imperfezioni delle pellicole degli anni ’20, alle scenografie costruite secondo il gusto del periodo, sino alla tintura delle immagini che veniva adoperata prima dell’introduzione della pellicola a colori: tutto è curato nei minimi dettagli come solo un vero appassionato come Rob Zombie può fare.
A interpretare la “Living Dead Girl” del titolo, alter ego del sonnambulo del film di Wiene, troviamo la sua musa e compagna Sheri Moon Zombie, sempre presente anche nei suoi lavori cinematografici.

Die Antwoord (ft. The Black Goat) – Alien (diretto da Ninja)

Il grande successo dei Die Antwoord, la più famosa band sudafricana al mondo, è almeno in parte dovuto alla loro ricercatezza estetica. Estetica che passa inevitabilmente anche per i loro originalissimi videoclip, quasi sempre diretti dallo stesso fondatore del gruppo, Ninja.

Nel videoclip di “Alien”, Ninja mette a frutto tutta l’esperienza maturata sul set di “Chappie” dell’amico regista Neill Blomkamp, che ha proprio nei Die Antwoord gli interpreti principali.
In soli cinque minuti riesce a condensare un’incisiva critica al razzismo non contenuta nel testo della canzone, che esprime invece il problema dell’alienazione adolescenziale.
“Alien” unisce temi trattati anche da Blomkamp, come razzismo e diseguaglianza sociale, a un’estetica vicina al Guillermo del Toro de “Il labirinto del fauno” soprattutto nel design dell’alieno.
Il protagonista del videoclip è appunto un grottesco alieno interpretato dalla cantante del gruppo, Yolandi Visser, che si vede rifiutare il servizio da un Ninja versione sudista.
La bandiera americana in bella vista e il cartello “NO ALIEN ALLOWED” rendono lapalissiano il riferimento al trattamento che le minoranze hanno subito, e ancora subiscono in certa misura, in alcune zone degli USA.
All’alieno non resta dunque che cibarsi di un insetto anch’esso dall’aspetto extraterrestre, per poi chiudersi in un bozzolo e rinascere come umano.
Il fatto che a interpretare la reincarnazione dell’alieno sia Sixteen Jones, la figlia di Yolandi e Ninja, può essere un riferimento a come la genitorialità abbia trasformato la vita dei due membri della band.

Black Label Society – Overlord (diretto da Eric Zimmerman e Nik Jamgocyan)

A voler essere buoni si potrebbe dire che questo videoclip non è per tutti i palati. Diciamo pure che per apprezzarlo bisogna avere una certa passione per il trash e il nonsense. Se non è questo il vostro caso nessun problema, passate pure al prossimo videoclip, in caso contrario reggetevi forte.

Eric Zimmerman e Nik Jamgocyan, non esattamente due celebrità, dirigono i membri dei Black Label Society nel videoclip di “Overlord”, e il risultato è un cortometraggio che avrebbe potuto girare un Tarantino sotto allucinogeni. Lo stile è quello del cinema d’exploitation degli anni ’80, i classici film di serie Z che venivano distribuiti in cinema di terza categoria o prodotti direttamente per l’home video.
La citazione più grande è quella all’ultimo film di Bruce Lee, “Game of Death”, con Zakk Wylde nei panni della leggenda delle arti marziali. Tra giochi di parole alla Austin Powers, effetti visivi ignobili e combattimenti dalle coreografie improbabili il nostro eroe si dovrà far strada sino al boss finale. Insomma, se vi piace il genere lo amerete.

Moby – Natural Blues (diretto da David LaChapelle)

Da un videoclip semi-sconosciuto passiamo al più famoso di questa lista: “Natural Blues”, diretto da David LaChapelle per Moby.
Ad accompagnare un brano estremamente malinconico abbiamo un videoclip che lo è altrettanto, basato sui ricordi d’infanzia dello stesso regista, che era solito accompagnare la madre alla casa di riposo nella quale lavorava come infermiera.

Moby interpreta, infatti, un sé stesso ormai anziano ricoverato, ma verrebbe da dire segregato, in una casa di riposo fatiscente. Aspettando passivamente il termine della sua vita trova sollievo ricordando i momenti felici della sua giovinezza, così come sembrano fare anche gli altri anziani che lo circondano. I ricordi vengono visualizzati nel piccolo televisore presente nella stanza, come una sorta di videoclip nel videoclip.
A liberarlo da quell’esistenza di ricordi arriva una sorta di angelo della morte interpretato da Christina Ricci. L’angelo conduce verso una luce abbagliante Moby, che negli ultimi istanti del video sembra reincarnarsi in un neonato.

David LaChapelle con questo videoclip, molto sobrio rispetto ad altri a cui ha lavorato, vuole lanciare un monito a come utilizziamo il nostro tempo. Non bisogna procrastinare dando per scontato che il tempo abbia lo stesso valore durante l’intero arco della nostra esistenza, dobbiamo crearci oggi i ricordi che un domani potremmo non essere in grado di crearci.

Biting Elbows – The Stampede (diretto da Ilya Naishuller)

Certe volte capita di vedere un videoclip così bello da desiderare che ne venga tratto un film. In questo caso l’hanno fatto davvero.
L’idea di Ilya Naishuller, frontman dei Biting Elbows e regista, era semplice: montare un’action cam sul caschetto di uno stuntman e riprendere in prima persona spettacolari sequenze d’azione. L’effetto è di trovarci scaraventati dentro un videogame adrenalinico ambientato nel mondo reale.

La trama in un videoclip come “The Stampede” è secondaria se non terziaria, basti dire che l’obiettivo del protagonista che ci presta la visuale è rubare un congegno futuristico di teletrasporto.
A “The Stampede” segue a due anni di distanza “Bad Motherfucker”, che ne riprende soggetto e stile, ma spingendo ancora di più sull’azione. Dall’idea di questi due videoclip nel 2015 è stato realizzato un film diretto dallo stesso Ilya Naishuller, “Hardcore Henry”.

Fun Fact: Tra i protagonisti di “Hardcore Henry” abbiamo l’attore sudafricano Sharlto Copley, che lo stesso anno è impegnato anche sul set di “Chappie”, il film coi Die Antwoord al quale abbiamo accennato poco fa.

Mezzosangue – Benoit Lecomte (diretto da Mezzosangue e Fu Room)

Nel giugno del 2018 il cinquantunenne francese Benoit Lecomte decise di attraversare il Pacifico a nuoto al fine di portare l’attenzione pubblica al problema dell’inquinamento degli oceani.
A lui dedica una canzone l’italiano Mezzosangue, da sempre vicino al tema dell’inquinamento ambientale. Il brano è accompagnato da un videoclip d’animazione in tecnica tradizionale realizzato dal Fu Room Animation Studio con la partecipazione dello stesso Mezzosangue.

Prendendo spunto dalla favola indiana dei due lupi nel videoclip vengono stilizzati la nascita, l’evoluzione e la fine del genere umano, in un ciclo che sembra ripetersi.
A tal proposito è interessante notare come la vita secondo questa narrazione nasca in un oceano limpido che si confonde col cielo, mentre termina in una piccola pozzanghera.
Le critiche alla cultura consumistica sono numerose e passano per numerosi, troppi da elencare, piccoli dettagli che emergono sempre più dopo ogni visione.

Yubin – City Woman (diretto da JYP Entertainment)

Negli ultimi anni il mondo dell’intrattenimento sta trovando grande sostentamento nella nostalgia degli anni ’80 e ’90. Basti pensare al ritorno di famose saghe cinematografiche come “Star Wars”, o al successo di serie come “Stranger Things”.
Questa ondata nostalgica si riflette anche nel mondo della musica, e per estensione nei videoclip, con il successo di generi come la Vaporwave o il ritorno del City Pop.

Una cantante che sta divenendo simbolo di questa corrente retrò è Yubin, attrice e cantante sudcoreana che nel 2018 ha lanciato “City Woman”, quella che potremo considerare la sua reinterpretazione della canzone simbolo del City Pop giapponese: “Plastic Love”.
Il videoclip che accompagna la canzone, la prima da solista per Yubin, è un concentrato irresistibile di anni ’80: luci fluo, neon, lustrini, coreografie che paiono uscite da un varietà televisivo di quegli anni.
Se avete vissuto quegli anni sarà un tuffo nei ricordi, se non li avete vissuti, li sperimenterete per qualche minuto.

Joji – SLOW DANCING IN THE DARK (diretto da Jared Hogan)

Se il nome Joji può non suonare familiare a tanti, il nome “Filthy Frank” potrebbe. Il cantante protagonista del prossimo videoclip è infatti stato fino a poco tempo fa una delle figure più controverse del web, che ha saputo farsi amare e odiare grazie ai video comici e satirici caricati sul suo canale YouTube.

Il videoclip non eccelle per originalità o fattura tecnica, pur essendo indubbiamente realizzato con cura. Il motivo per cui ho deciso di consigliarlo è la sua carica emotiva, che aumenta se si conosce il background dell’artista.
Chi si imbatte per la prima volta nel cantante austro-giapponese può apprezzare come Hogan abbia reso il dolore di un amore sofferto. Joji veste infatti i panni del freak emarginato, che colpito dalla freccia di cupido non la può assecondare rimanendone mortalmente ferito.
Chi sa di come George Miller si sia trasformato da Filthy Frank a Joji può invece vedere lo sforzo di un artista che cerca di distanziarsi da un personaggio che gli ha portato fama in passato, ma che ora è una figura ingombrante che tenta di tarpargli le ali.

Tenny – 159cm (diretto da Lee Xuck)

Dulcis in fundo, il videoclip che mi ha convinto a scrivere questa lista di consigli: “159cm” di Tenny.
In precedenza abbiamo visto come un videoclip può distanziarsi dal testo del brano a cui è abbinato, raccontando una storia completamente diversa. In questo caso, invece, il videoclip va a svelare la vera natura del testo, risultando dunque indispensabile per una piena comprensione del brano.

La canzone del sudcoreano Tenny al solo ascolto sembra la classica serenata d’amore, soggetto molto in voga in Corea. Il videoclip rivela però che l’amore di cui parla la canzone è quello tra due ragazze. Sebbene i grandi centri urbani come Seul si stiano sempre più aprendo al progresso, Tenny ci mostra come nelle zone più rurali della Corea del Sud temi come l’omosessualità siano ancora tabù, tanto che questo videoclip è stato un piccolo caso mediatico in patria.
La storia delle due ragazze ci viene mostrata come se fosse il contenuto di una vecchia VHS. La loro relazione è ostacolata dalla madre di una delle due, che ipocritamente flirta col prete, e dal padre militare che reagisce con violenza alla scoperta. Una volta riuscite a fuggire le ragazze si recano in spiaggia, dove pianificano il loro futuro a Seul, che come abbiamo detto è una città dalla mentalità più aperta.
L’inquadratura sulle scarpe delle ragazze, che poi le recupereranno, è un suggerimento di Tenny ad altri possibili finali della storia, che nella vita reale non sempre sono lieti. Le scarpe abbandonate sono infatti indizio di un possibile suicidio in alcuni paesi orientali come Corea e Giappone.

Qui concludo i miei consigli, ma vi invito a rispondere con un commento per farci sapere quali sono i videoclip che secondo voi chiunque dovrebbe vedere almeno una volta nella vita!

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